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«Giocare è un errore Sarà un calcio triste solo in nome delle tv»
L’analisi di Maurizio Laudicino: «Senza gente non ha senso Ma il nostro calcio è malato e deve accettare tutto per i soldi»
«Il calcio è di fronte ad un bivio. Molte tifoserie organizzate sono unanimemente schierate contro l’ipotesi di una ripresa del campionato di serie A, ma nessuno vuole mollare. Il motivo? Questo calcio pieno di debiti ha già speso soldi non ancora incassati, circa 255 milioni già cartolarizzati dai club». L’analisi è di Maurizio Laudicino, esperto di marketing sportivo, un passato nel calcio e un presente al Pistoia basket. «Si quantificano in 700 milioni le eventuali perdite in caso di definitivo stop del campionato - spiega - ecco perché i politici del calcio tricolore non si sono rassegnati. Un fiume di denaro facile. Già a partire dagli anni ’90, nel calcio si innesca una vera e propria invasione di campo da parte dei mass media decisi a piegare alle proprie esigenze regolamenti, calendario ed orari, avviando quella inversione di un trend virtuoso che dagli anni 30 in poi aveva garantito stadi pieni. Lo sport - spiega Laudicino - è diventato a tutti gli effetti un contenuto premium, una straordinaria leva che, da un lato guida e orienta le scelte degli utenti nella sottoscrizione degli abbonamenti alle pay tv, e dall’altro uno strumento promozionale a disposizione delle piattaforme nelle strategie di relazione con investitori, sponsor e partners. Il calcio è passato da appuntamento domenicale a prodotto commerciale spalmato in giorni e fasce orarie spesso improbabili. La contropartita è stata un’autentica pioggia di denaro sui club della serie A in arrivo dai diritti tv, che ha finito per renderli schiavi arrendevoli. Un sistema che ha prima ceduto il passo alla Premier League, poi si è dovuta inchinare alla Liga e alla Bundesliga. Le stesse piattaforme che investono miliardi per i diritti dei campionati europei, riservano all’Italia solo poche briciole. Un paradosso per un campionato che deve il 65% dei propri ricavi proprio alla vendita dei diritti televisivi. Ma nonostante tutto in casa nostra pare che l’interesse continui a essere quello di tutelare le televisioni. La soluzione? Progettare strutture meno capienti, con modalità di accesso sempre più complicate. L’adozione di misure di sicurezza eccessive e spesso cervellotiche è un ulteriore aspetto in grado di scoraggiare chi vuol andare a vedere la partita dal vivo divenuta un vero e proprio percorso ad ostacoli. Dalle tv arrivano soldi senza sforzi, fare una politica per il tifoso necessita di progettualità, idee, coraggio, compromessi, investimenti e tempo. La pandemia da coronavirus ha costretto tutte le discipline a fermarsi, una dopo l’altra hanno dichiarato chiusi anticipatamente i rispettivi campionati. Tutte meno che una: la serie A di calcio. Due mesi abbondanti di stop ed un numero imprecisati di contagiati tra i protagonisti non sono state sufficienti a convincere la Lega ad archiviare la stagione 2019/20 e cieca appare l’ostinazione con la quale si cercano soluzioni per riprendere l’attività agonistica e per portare a termine il campionato. Si ipotizzano dunque nuove regole in grado di cambiare radicalmente i connotati di uno sport nato tra la gente, giocato per la gente. Le telecamere riprenderanno partite ambientate in stadi vuoti dove saranno proibite strette di mano, proteste, esultanze di gruppo dopo un gol, lo scambio di maglie a fine gara e magari cartellino giallo a chi si azzardi a sputare durante il gioco (in barba alla biologia). La domanda sorge spontanea: che spettacolo sarà questo? ». —
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