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Gigi Simoni, l’addio nel giorno del triplete: un pezzetto è anche suo

Paolo Toccafondi
Gigi Simoni, l’addio nel giorno del triplete: un pezzetto è anche suo

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Se ogni regola vuole un’eccezione, anche la regola di Gigi Simoni gentleman del mondo del calcio, mai una parola urlata e sopra le righe, ne ebbe una quell’aprile del 1998 allo stadio comunale di Torino, dove Simoni aveva giocato da calciatore sulle due sponde, bianconera e granata.

Le immagini di quello scontro al vertice tra Juventus e Inter sono ormai consegnate alla storia calcistica: l’intervento di Juliano per fermare Ronaldo in area (fallo o no?), l’arbitro Ceccarini che lascia correre, l’azione che prosegue e come una classica sliding-door della vita, porta al gol di Del Piero che decide la partita e il campionato a favore della Juventus negando un possibile scudetto all’Inter di Simoni.

E’ a quel punto che si materializza l’eccezione e si assiste alla scena inconsueta: Simoni che entra in campo urlando verso l’arbitro (dal labiale si coglie un reiterato «si vergogni», perché anche nella rabbia resta l’educazione, e si dà del lei all’arbitro) trattenuto a stento dagli altri della panchina.

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Lo si può capire. Perché certi treni passano una volta sola e Simoni se lo sentiva. Non gli sarebbe più capitata l’occasione di coronare con lo scudetto la sua carriera di allenatore, di dare il degno compimento a una vita passata nel calcio, 15 anni da giocatore di serie A e 40 da allenatore soprattutto in provincia, dove i trionfi erano salvezze e promozioni. E ora che Massimo Moratti lo aveva chiamato alla guida di una grande squadra e gli aveva affidato il giocatore numero 1 al mondo, quello scudetto sarebbe stato sì, un atto di giustizia per un allenatore bravo e modesto, un "signore", come tutti lo hanno sempre definito. E anche se qualche settimana dopo avrebbe festeggiato con Ronaldo la Coppa Uefa, l’amarezza di quello scudetto sfumato - confessava - gli era rimasta per sempre, come un’ombra sull’anima.

La notizia della sua morte arriva nel giorno in cui l’Inter e i suoi tifosi festeggiano il decennale del triplete, le tre vittorie in una stagione nel segno di Mourinho, quanto di più lontano si possa immaginare da Simoni, dal punto di vista mediatico. E idealmente è come se Simoni si ritagliasse in questo modo un pezzetto di quel trionfo (lui che portò a casa il primo trofeo dell’era di Massimo Moratti), almeno nel ricordo che accomuna. Come qualcosa che in fondo gli spettava.

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