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I 75 anni di Moratti: quel Triplete nel cuore. Mourinho? Se ci penso mi arrabbio ancora...
L’ex presidente dell’Inter tra i fasti del passato e il presente complicato del calcio
L’INTERVISTA
«Non so nemmeno io quante volte ho rivisto la finale. In questo periodo poi mi metto lì, guardo un’azione e poi mi dico “dai che ne vedo un’altra». Dieci anni fa oggi l’Inter vinceva lo scudetto, seconda tappa di una stagione mai ripetuta da un club italiano. La coppa Italia, prima, l’apoteosi di Madrid poi: il compleanno di quell’Inter è spalmato su tre date; quello di Massimo Moratti, padre di quella squadra, cade oggi. Settantacinque anni e la voglia di raccontarsi.
5, 16, 22: la somma fa il Triplete. Il tempo è passato ma quando lei ne parla sembra ieri. Come lo spiega?
«L’abbiamo vissuto tutti insieme molto intensamente, con competenza, senso di appartenenza e del dovere. E passione, valore aggiunto che rese il concerto perfetto».
E allora come se fosse oggi: 5 maggio la coppa Italia.
«Il primo traguardo, a Roma è una battaglia contro la rivale di quegli anni, vincere la Coppa Italia diventa fondamentale per calibrare la nostra ambizione, la giochiamo come se in palio ci fosse già la Coppa dei Campioni»
16 maggio, lo scudetto.
«Felicità e sicurezza. A Siena non è una gara facile e non è neanche il primo titolo della serie. Ma la vittoria ci dà molta serenità, determinante visto quel che stiamo per vivere».
Appunto, 22 maggio, la Coppa dei Campioni. E tre.
«Di Madrid ho ricordi fantastici. All’antivigilia vedo l’allenamento al centro del Real: grande concentrazione ma poca tensione, quella che ti rode dentro. Mourinho in questo è sempre stato formidabile. Capisco che siamo sulla strada giusta, lo capisco ma ne sono sicuro solo dopo aver battuto il Bayern, in fondo la partita più facile».
Ora può dirlo: Mourinho che dopo il trionfo lascia il Bernabeu sull’auto del Real, un po’ di fastidio gliel’ha dato?
«È destino dell’Inter. Vinciamo lo scudetto a Parma con Mancini in panchina, io ho già preso Mourinho e non so come uscirne. E al Mondiale per club di Abu Dhabi lo sfogo di Benitez che fa capire di volersene andare? Diciamo che ci abbiamo sempre messo del nostro».
L’ha mai rinfacciato a Mourinho?
«Se ci penso ha fatto una cosa terribile – e ride – però tra noi c’era molta complicità, sapevo tutto ma intervenire avrebbe aumentato la tensione. Del resto prima di una finale dei 100 metri non chiedi a un atleta che scarpe usa, ma solo di vincere. Lui non ha voluto correre anche i 200, ma poteva aspettare il mattino dopo per dirlo».
Chi vince tra quell’Inter e la Juve di Ronaldo?
«Uuuh, grande sfida. Noi ce la giocheremmo alla grande, ma certe partite si possono fare solo al computer».
Quanta voglia avrebbe di viverla invece dal vivo?
«Ho già dato. Ora tocca agli altri divertirsi».
Ha dato consigli a Zhang?
«È una persona di grande sensibilità. Quando ci capita di parlare ascolta sempre con molta attenzione. Consigli? Nel momento del passaggio di proprietà tra lui e Thohir questi, a differenza mia, non era convinto di tenere Brozovic a causa del carattere. Credo che non cederlo sia stato un affare. Spesso poi si è parlato di Icardi, ma mi fermo qui…».
Che effetto le fa vedere Conte sulla panchina dell’Inter?
«Grande lavoratore, mi dà garanzie».
E Chiellini che «odia sportivamente l’Inter»?
«Almeno ha specificato. Mi colpisce di più quello che ha detto dei suoi compagni».
Triplete nel 2010, scudetto Milan nel 2011. Poi il buio: quanto mancano al calcio italiano le vittorie di Milano?
«Mancano soprattutto a Milano. Il calcio è in grado di dare a una città un tocco di felicità in più. Milano, prima della pandemia, era in grande crescita, era giunta l’ora che il pallone si adeguasse».
Proseguire il campionato o no?
«Io la finirei qui. È pericoloso continuare. Si siedano intorno a un tavolo, inizino a pensare alla prossima stagione e a come attutire lo stop di questa. Tentare di andare avanti mi sembra inutile».
E Messi?
«Potevo prenderlo quando era molto giovane, ma il Barcellona lo stava aiutando a superare i problemi di crescita. Pensai che era più opportuno per lui rimanere lì». —
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