Il presidio
«Un protocollo che sia semplice altrimenti noi non ci stiamo»
I sanitari delle squadre sono perplessi: «Non è pensabile che tocchi a noi assumersi la responsabilità in caso di nuovi contagi»
ROMA
«Il protocollo sanitario per gli allenamenti delle squadre di calcio di Serie A dovrà essere preciso, realizzabile e semplice nella sua applicazione, altrimenti sarà difficile per un medico di una squadra di Serie A assumersi la responsabilità in caso di nuovi contagi da coronavirus».
Uno dei medici delle 20 squadre della serie A spiega lo stato d’animo della “categoria” in vista della ripresa degli allenamenti di gruppo, e le perplessità abbondano in attesa che la Federcalcio recepisca le considerazioni del Comitato tecnico scientifico del Governo.
Fra i medici di Serie A è ampiamente diffusa l’idea che il protocollo per la ripresa degli allenamenti non debba prevedere competenze diverse da quelle mediche.
«Ad esempio – è il ragionamento di un altro dei professionisti, condiviso con diversi colleghi – non possiamo essere responsabili delle misure minime richieste per rispettare il distanziamento all’interno di uno spogliatoio. In quel caso non possiamo noi medici essere gli unici responsabili. Allo stesso modo non possiamo prenderci la responsabilità se il protocollo sarà complesso da applicare» .
In ogni caso, i medici sociali si esprimeranno ufficialmente come gruppo quando verrà redatto il protocollo finale, atteso fra oggi e domani (ma è già scontato che la Federcalcio recepisca in toto le indicazioni del comitato tecnico scientifico della protezione civile).
Quelle regole di comportamento per gli allenamenti comunque, al momento, sono da considerarsi valide fino al 2 giugno, data oltre la quale il protocollo andrà aggiornato o prorogato.
In vista della ripresa del campionato, scenario tutt’ora in discussione, ne servirà poi un altro per regolare le trasferte e le partite. —
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