Il Tirreno

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Quattro campioni, il ring e quegli incontri infiniti

STEFANO TAMBURINI
Gli incontri fra Nino Benvenuti ed Emile Griffith
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Gli incontri fra Nino Benvenuti ed Emile Griffith

Nino Benvenuti, Sandro Mazzinghi, Emile Griffith e Carlos Monzon dopo ogni sfida storie di solidarietà e rancori che diventano abbracci 

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Questa è la storia di quattro campioni e di un ring dal quale è come se non fossero mai scesi. Anzi, più storie che scorrono dentro un solo romanzo scritto a colpi di sfide epiche quando i cazzotti e le bici rubavano la scena al calcio, quando al botteghino di San Siro a Milano si staccavano 50 mila biglietti per due italiani che si massacravano per un mondiale. E l’incasso era più alto di quello per i Beatles: 94 milioni di lire contro 58.

È una grande storia che negli anni del boom economico del secolo scorso scorre anche lontano dai riflettori, prima e dopo (e, ovvio, anche durante) quei combattimenti feroci che lasciano scie di polemiche, risentimenti e verdetti mai accettati fino in fondo. È la storia di incontri infiniti sul ring che proseguono lontano da quelle corde. E che arriva a oggi. Solo uno di questi campioni ha incontrato tutti gli altri ma i rivali hanno sfidato i rivali dei rivali in altri capitoli con pagine di pugni pesanti, orgoglio e coraggio.

L’inizio è in quattro luoghi lontani. Due lo sono meno: Isola d’Istria (allora Italia, poi Slovenia) e Buti, vicino a Pontedera (Pisa). A Isola d’Istria nasce Giovanni (Nino) Benvenuti, il 26 aprile 1938. A Buti Alessandro (Sandro) Mazzinghi, il 3 ottobre 1938. Anche il terzo protagonista, Emille Griffith, nasce nel 1938, il 3 febbraio alle Isole Vergini (Usa). L’ultimo il 7 agosto 1942: si chiama Carlos Monzon, è argentino di San Javier.

QUELLA ERA NOBILE ARTE
Hanno faccia da pugili ancor prima di scoprire la passione per i pugni. Dopo faranno anche altro: attori, cantanti, commentatori sportivi. Ma sarà sempre un “dopo” legato a quel che è sempre stato al centro della scena. È l’incrocio fra quattro numeri uno che non potevano essere mai più di uno. E così le loro sfide sono diventate un unico maledetto incontro, senza fine e talvolta con verdetti controversi.

È la magia di una sfida infinita che i due superstiti proveranno a chiudere ormai da vecchi, sull’orlo dell’ultima pagina di un romanzo per niente scontato. È la storia di quattro pugili che vincono tanto e perdono poco, spesso per quel nulla che sarà il detonatore all’inchiostro di questa storia. Una fra le più belle di uno sport che una volta era chiamato la nobile arte e viveva di leggende mentre oggi stenta a trovare comparse appena credibili. Ecco perché questo romanzo sportivo vale ancora di più. Comincia con la necessità di creare un altro dualismo nell’Italia sportiva, accanto a quelli di Fausto Coppi e Gino Bartali e di Sandro Mazzola e Gianni Rivera. Sandro e Nino sono precisi per il ruolo, il primo è già campione mondiale dei superwelter, dopo il trionfo al vecchio velodromo Vigorelli di Milano contro il detentore Ralph Dupas, rimandato a casa alla nona ripresa con un ko devastante. È il 7 settembre 1963. Nel frattempo Nino, oro olimpico a Roma nel 1960, diventa campione italiano dei medi. Così la stampa comincia a lanciare l’idea di un’affascinante storia tutta italiana. Comincia il martellamento di titoli che acuiscono le divisioni fra i tifosi e fra i due pugili.

SANDRO E NINO, UNO È DI TROPPO
Nel gennaio del 1964 si inserisce anche una tragedia. Sandro, che nel frattempo aveva difeso con successo il titolo, rimane gravemente ferito al volante di un’auto finita contro un albero. E, quel che è peggio, muore la moglie che era al suo fianco. Si erano sposati da appena dieci giorni. Segue un difficile recupero, con tre difese del titolo un po’ affannose. A quel punto la federazione si impone: tocca a Nino. Sandro protesterà, dirà che è troppo presto, ma il 18 giugno 1965 la sfida si fa. Ci sono così tante richieste di biglietti che si decide di aprire San Siro e oltre 50 mila persone si ammassano sugli spalti. È uno scontro feroce ma alla sesta ripresa Sandro va ko. Le polemiche si inseguiranno («Troppo presto dopo l’incidente, non ero pronto») fino alla rivincita, al palasport di Roma, l’11 dicembre. C’è maggiore incertezza: Sandro va ko nel finale del secondo round, ma dirà sempre che è stata una spinta del rivale. Segue il conteggio e quando l’arbitro arriva a otto sopraggiunge il gong. Da lì alla tredicesima ripresa sarà un dominio di Sandro. Nelle ultime due Nino reagisce e vince ai punti. Verdetto che Sandro non accetterà mai.

A questo punto i due prendono strade diverse. Sandro vince il titolo europeo e lo difende più volte. Nino accetta la sfida del coreano Ki-Soo Kim. L’ingaggio è allettante e accetta di andare fino in Corea ma sarà un errore: perderà, quell’incontro è una farsa. Il dominio di Nino è al limite del massacro ma alla 14esima ripresa il ring collassa. Quando si ricomincia Kim ha recuperato energie e il verdetto, incredibilmente, è a suo favore. Nino non la prende bene, decide di mollare i superwelter e di salire fra i pesi medi.

SAN SIRO CON 60 MILA TIFOSI
E sulla scena ritorna Sandro che sfida Kim per riprendersi la corona. La ghiotta occasione di battere il coreano, e in qualche modo di poter dire di aver battuto «quello che aveva battuto “quello”». Si torna a San Siro, è il 26 maggio 1968 e stavolta i biglietti sono più di 60 mila. È una sequenza di cazzotti da film di Rocky, il coreano vacilla alla terza ripresa, si riprende e solo nel finale si ha la certezza che Sandro possa riavere ciò che era di Nino. E così è. Quando torna a casa, a Pontedera, le scene per Sandro sono quelle di un trionfo per il Mondiale di calcio. Il 25 ottobre deve rimettere in palio il titolo ma non sembra più lo stesso. Lo sfidante è Freddie Little, un altro molto incazzato perché si riteneva derubato da Kim (lo stesso di Nino e Sandro) in una precedente sfida. Siamo di nuovo a Roma e l’americano ferisce Sandro alle arcate soppracciliari. È l’ottava ripresa, il medico decreta lo stop e l’arbitro concede il “no contest”, il pari che fa restare Sandro campione. Seguono ricorsi e controricorsi e il titolo passa di mano. Sandro abbandonerà due anni dopo con 69 incontri, 64 vittorie (42 ko), un “pari” e solo tre sconfitte: quella con l’americano e le due con Nino. Che considera un torto.

NINO ED EMILE
Nino nel frattempo si crea un nuovo percorso al piano di sopra, fra i pesi medi. E comincia l’incrocio con Emile Griffith, il campione in carica una sorta di staffetta della rivalità estrema avuta con Sandro. Perché certi pugni hanno sempre bisogno di un nemico che vada oltre quelle 15 riprese. E Griffith è perfetto per il ruolo. Con il toscano era la borghesia contro il popolo. Qui c’è la società statunitense ancora profondamente razzista che vuol scalzare quel campione nero e omosessuale che anni prima aveva ucciso sul ring uno che gli aveva dato del frocio. E vuole farlo con l’uomo bianco, biondo e con gli occhi azzurri venuto dall’altra parte dell’Oceano. È il 17 aprile 1967: dall’Italia per New York partono sei charter con i tifosi di Nino e in patria l’attesa è spasmodica. L’incontro da noi è di notte e in tv la Rai programma la differita. In diretta c’è solo la radio: restano svegli in 18 milioni appesi alla voce di Paolo Valenti. Concentrazione di cazzotti incredibile: Emile va giù al secondo round ma si riprende. Nella quinta al tappeto ci va Nino. L’altalena di emozioni si chiude con la vittoria ai punti dell’uomo biondo. Qui però non va come con Sandro, Emile dopo stringe la mano al campione. E in Italia, soprattutto a Milano e a Trieste, si vedono scene da Mondiale di calcio.

Sandro guarda da lontano e tace, cova ancora dentro la convinzione che quel percorso dovrebbe essere stato il suo. Ma tant’è, ora va così. Nino è nel tritacarne degli americani che hanno fiutato l’affare e la rivincita è immediata, fissata già per il 29 settembre. Stavolta vince Emile, al secondo round assesta un colpo tremendo che rompe una costola al rivale. Nino soffre come una bestia, perde ma vuole finire in piedi. E ci riesce. Però il titolo cambia di nuovo padrone ed è inevitabile la bella. Siamo al 4 marzo 1968 nella magia del Madison Square Garden. È un altro scontro drammatico, pieno di colpi e incertezza. Finisce ai punti ma è decisivo l’atterramento di Emile all’undicesima. Finisce con Nino in trionfo e con un altro abbraccio.

E ORA TOCCA A CARLOS
Nino, «l’altro» per Sandro, ora aspetta un nuovo avversario preferito. Nel frattempo si diletta con una sfida senza nulla in palio con un mediomassimo, il nigeriano Dick Tiger, quello che aveva ceduto il titolo dei medi a Griffith, tanto per tenere teso il filo del racconto. Nino perde ai punti. C’è la scusante di una mano dolorante, rotta dopo un colpo in avvio. È comunque una sconfitta che vale solo per le statistiche. Nino difende con successo il titolo quattro volte con Don Fullmer, Fraser Scott, Luis Manuel Rodriguez e Tom Bethea.

Al quinto giro l’ultimo incrocio di questo romanzo, quello con l’argentino Carlos Monzon. L’incontro si svolge a Roma il 7 novembre 1970 e per Nino è l’inizio del declino. Perderà per ko alla dodicesima. Ci sarà la rivincita l’8 maggio del 1971, a Monte Carlo. Ma non c’è storia, al terzo round il manager di Nino, Bruno Amaduzzi, getta la spugna. Nino si incazza ma a posteriori ammetterà che quella fu la scelta giusta. Pochi giorni dopo dice basta dopo 90 incontri e 82 vittorie (35 per ko), 7 sconfitte (2) e un pari. Monzon difenderà il titolo tredici volte, anche con Griffith nell’ultimo incrocio di questa epopea. Ma la storia fra Nino e Carlos andrà avanti.

QUEL “MARICÓN” E IL MASSACRO
Così come quella con Emile, uno che agli occhi della peggiore America ha due problemi: è nero e gay. Ne aveva pagato pesantemente le conseguenze uno dei suoi avversari dell’era pre-Benvenuti, Benny Paret. Durante un primo incontro, nel 1961, fra i welter, alla fine apostrofa Emile con un «Maricón», equivalente e forse peggio del nostro «frocio». Paret vince ai punti e sei mesi dopo per la rivincita, siamo già nel 1962, lo provoca ancora al peso. Emile gli si scaglia addosso e devono levarglielo di sotto. Ma la sera, sul ring, non si tiene: alla dodicesima ripresa lo mette in un angolo e quando è già sull’orlo del ko gli riversa addosso una tempesta di pugni conditi dal ritornello «frocio a chi!», la faccia dell’altro è un cratere. Contano 18 pugni e poi altri 29 dopo quello che ormai è un ko. Dopo si pentirà, cercherà anche di andare in ospedale nei dieci giorni che separeranno la sua vittima dalla morte. «Era sempre così, anche il clan di Nino all’inizio cercò di provocarmi. Con Nino no, è andato tutto bene, siamo diventati amici e sono anche il padrino di suo figlio».

LA GALERA E LA MORTE
La sorte peggiore è comunque quella di Carlos, l’ultimo campione. Intreccia legami amorosi da copertine patinate (Ursula Andress e Nathalie Delon), gira film western e con le compagne di vita spesso finisce male. Dalla prima moglie riceve un colpo di pistola quando scopre un tradimento. Con la seconda compagna va molto peggio: è il 14 febbraio del 1988, San Valentino, dopo una lite la donna muore strangolata e Carlos va in carcere.

Qui torna in campo Nino. È fra i pochi a non voltare le spalle all’ultimo avversario. Va a trovarlo in cella e quando Carlos lo vede gli chiede: «Nino, siamo ancora amici?». «Certo che siamo amici» e segue un grande, lungo abbraccio. Nino tornerà anche per i funerali di Carlos, dopo la morte per un incidente stradale mentre rientrava in carcere dopo un permesso.

Carlos ha appena 53 anni, l’8 gennaio del 1995, quando chiude una vita dannata. Anche quelle di Sandro, Emile e Nino non sono semplici. Sandro paga un conto durissimo con la perdita della prima moglie pochi giorni dopo il matrimonio, le vicissitudini personali di Nino sono comunque pesanti. Ma è il fulcro di un “dopo” meno conosciuto del resto. È lui che si fa in quattro per aiutare Emile e Carlos. Cerca anche di riallacciare un rapporto con Sandro ma qui è più dura.

Comincia con Carlos, con quella visita in carcere e poi portando la bara a spalla per il suo funerale. «Uno che mi ha sconfitto due volte se lo meritava. Era più grosso e forte, ma la forza gli veniva anche dalla povertà e dalla violenza che aveva vissuto. Il suo dolore meritava il mio rispetto».

Prosegue con Emile: «Ho fatto 45 riprese con lui, non potevo non essergli amico». Emile a un certo punto viene abbandonato da tutti, fiaccato dall’Alzheimer e in povertà. Nino sale su un aereo a va a prenderlo per portarlo in Italia: «Quando ho rivisto Emile nel 2010 a New York, abbandonato da tutti in trenta metri quadri, mi è venuto da piangere. Ho fatto quello che ho potuto. L’ho portato in Italia per farlo visitare. Ho organizzato una raccolta fondi per aiutarlo, fino al giorno della sua morte, nel 2013, in una casa di riposo a Long Island».

LE ULTIME SCHERMAGLIE
Ora sono rimasti Nino e Sandro. Nino cerca più volte di far pace ma Sandro sembra non volerne sapere. I due però si studiano come ai vecchi tempi, schermaglie, segnali. Ai tempi del 50ennale delle loro sfide Benvenuti va in tv e parla di Sandro come avversario di grande valore. Sandro guarda e incassa. Poi sul suo profilo Facebook spunta una foto dei due pugili alla vigilia della prima sfida, quella di Milano. Mancano due giorni al compleanno di Nino e Sandro scrive: «Ci siamo arrivati, 80 anni un bel traguardo. Tra qualche mese saranno anche i miei, un’età importante dove possiamo ricordare il nostro passato con un po’ di nostalgia per i tanti momenti di gloria e non che ci hanno accomunato, ma sempre con l’amore e l’ardore per questo bellissimo Sport. Tanti Auguri Giovanni... Alessandro». Sandro si firma con il nome registrato all’anagrafe e chiama “quello” finalmente per nome, ancora non è Nino, solo Giovanni. Nino accusa il colpo, chi gli è vicino lo descrive molto felice per quel passo. «Quel messaggio – dirà pochi giorni dopo – non mi ha sorpreso. Anzi mi fa molto piacere. Appena possibile lo ringrazierò. Questi auguri arrivano al momento opportuno. Alla nostra età è giusto riconsiderare il passato».

Manca solo l’ultimo atto, parlarsi. L’occasione arriva quando Nino ha un malore, deve operarsi, è in ospedale al policlinico Tor Vergata di Roma. È il maggio 2018. Suona il cellulare. «Ciao Giovanni (lo chiama ancora con il nome “ufficiale”) sono Sandro». La replica è: «Ma Sandro chi?». «Di Sandro ce n’è uno solo, Nino». E subito dopo: «Come stai? Guarisci e aspettami. Fra poco avrò 80 anni anche io».

Ecco, dopo quella telefonata sono finalmente scesi per l’ultima volta dal ring. Insieme. L’immagine è quella di un arbitro che, al centro, tiene le loro mani e a un certo punto le alza al cielo in contemporanea. Il pubblico di questo romanzo quasi infinito applaude, in piedi. Ora manca solo il nuovo incontro fra due uomini che sono stati in guerra pronti a essere finalmente in pace. Loro, da soli, a guardarsi negli occhi, come ai vecchi tempi, nel buio che si fa luce del loro ring finalmente senza più corde. Fieri e felici nel dirsi, senza bisogno neanche di parole, che senza Nino non ci sarebbe stato Sandro, senza Sandro non ci sarebbe stato Nino. E non ci sarebbe stata questa storia immensa con Emile, Carlos e tutti gli altri. La boxe ne ha scritti tanti di racconti epici ma nessuno è stato infinito come questo. —

twitter: @s_tamburini

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