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Addio a Vendrame, il George Best italiano. Un talento e una vita sempre "in fuorigioco"
Aveva 72 anni, calciatore estroso e controcorrente, scrittore. Quando dribblò tutta la propria squadra: la partita era noiosa
Le storie che si tramandano formano già una piccola leggenda. Come quella volta che in un Padova-Cremonese soporifero e inchiodato sullo 0-0 (lui sosteneva anche "addomesticato"), per dare una scossa a pubblico e giocatori si fece dare la palla, dribblò tutta la propria squadra da una parte all’altro del campo e arrivato davanti alla propria porta fintò il tiro costringendo il suo portiere a tuffarsi, inutilmente. Poi si fermò a un passo dalla linea di porta e tornò indietro verso il centro del campo. Immaginiamoci le facce di tutti i presenti. O quando sempre a Padova fermò una partita per salutare in tribuna Piero Ciampi, cantautore livornese di cui era amico e ammiratore, che aveva riconosciuto in tribuna.
Peccato che non ci fossero in quegli anni le telecamere a riprendere ogni fremito sui campi dalla A alla C, oggi uno come Ezio Vendrame sarebbe consegnato alla fama mondiale via social. Non che a lui sarebbe importato granché, anzi, c’è da giurare che se ne sarebbe fregato bellamente, come faceva di molte altre cose. Ezio Vendrame era di quelli che amava andare in direzione ostinata e contraria. E’ morto ieri in provincia di Treviso, aveva 72 anni ed era malato da tempo di tumore. Era stato lui stesso a raccontare molti episodi nei libri che aveva scritto dopo aver abbandonato il calcio. Un altro famoso è quello legato al suo ritorno, lui friulano, a Udine, con la maglia del Padova. I tifosi lo fischiano dall’inizio e lui segna due gol: il secondo direttamente da calcio d’angolo dopo averlo dichiarato a gesti prima di tirare: "ve la metto in porta".
E così fu.E a pensarci bene stupisce che uno con nemmeno 50 partite giocate in serie A e qualche stagione di C, non proprio un campione, sia riuscito a diventare un piccolo mito duraturo nel tempo. Se fosse cinema sarebbe un film cult, magari di nicchia. E’ la sorte che tocca a chi colpisce l’immaginazione dei tifosi. Quelli del Vicenza, ad esempio, lo osannavano ancora, a 40 anni di distanza. Il calcio non era mai stato tutta la sua vita, neppure quando giocava. Le sue passioni erano anche altre: le donne, l’alcol, le sigarette, la chitarra. Allenamenti e disciplina venivano molto dopo nella sua gerarchia di valori e così si spiega come il talento si fosse sprecato. «Quando l’arbitro fischia l’inizio della partita, io sono già distrutto», diceva tanto per vantare le sue imprese amatorie. Erano gli anni ’70 dei capelloni e degli eroi controcorrente, magari un po’ naif. In Inghilterra c’era George Best che dissipava il suo talento mostrato in pochi anni di carriera, sufficienti a far innamorare di lui legioni di donne e di appassionati di football e a far imbestialire decine di difensori.
Il dribbling irridente come una firma sulla vita, il gusto della giocata inattesa e di pari passo la voglia di seguire il proprio estro anche fuori dal calcio . «Ho speso una fortuna tra donne, alcol e auto, il resto l’ho sperperato», era una delle frasi di simbolo di Best, il quinto Beatle, come lo chiamavano per la capigliatura identica ai Fab Four. In Italia avevamo avuto per troppo poco tempo Gigi Meroni, quello che più si avvicinava a Best, anche lui più simile a uno dei Beatles che ai calciatori di allora che sulle figurine Panini sembravano tutti cinquantenni, una meteora segnata dalla disgrazia, estroso e creativo anche fuori dal campo quando si vestiva con abiti disegnati da lui medesimo e camminava per strada portando una gallina al guinzaglio. Se fosse vissuto più dei 24 anni che la sorte malevola gli concesse (morì, lui idolo del Torino, travolto in una sera di pioggia dall’auto guidata da un altro giovane, Attilio Romero, che in seguito sarebbe diventato presidente del Torino, se non è un destino beffardo questo) sarebbe diventato dopo il calcio probabilmente un creatore di moda o un artista, come lo era in campo.
E poi c’era appunto Ezio Vendrame, talento forse minore, ma della stessa stirpe Di quelli che puoi solo odiare, nelle giornate storte, o benedire, quando l’estro gli gira, che tu sia tifoso, allenatore, presidente o avversario. Non a caso lo soprannominarono subito il Best italiano, etichetta lasciata libera dalla morte prematura di Meroni. Con Gigi condivideva anche i calzettoni arrotolati sulle scarpe, uno sberleffo ai difensori e una provocazione (picchiatemi pure, se mi prendete), ai baffi del granata aggiungeva la barba incolta, rara per i giocatori del tempo.Vendrame era nato in Friuli a Casarsa della Delizia. A sei anni i genitori lo avevano messo in un orfanotrofio perché ritenevano di non avere abbastanza soldi per occuparsene adeguatamente. Lì aveva imparato a giocare a pallone, così bene da arrivare all’Udinese dove iniziò la sua carriera.
Passa al Vicenza dove esordisce in serie A nella stagione 1971-72. Gioca da ala o mezzala, è un fantasista. Sono i suoi anni migliori, tanto che lo acquista il Napoli, voluto da Luis Vinicio, ma il rapporto tra quel talento ingestibile e l’allenatore sergente fu ovviamente un disastro. Vinicio si arrese e lo bocciò. Risultato, appena 3 partite giocate e cessione al Padova in serie C, lontano per sempre dai riflettori del calcio che conta. Finì di giocare nella squadra del paese, lo Junior Casarsa, epilogo inevitabile per un’anima romantica. Per qualche anno allenò i ragazzini non rinunciando ai suoi "principi": «Ci faceva correre solo per punizione - ricorda un ex allievo - Gli allenamenti erano quasi esclusivamente col pallone. Ma faceva cose con i piedi che noi non saremmo mai riusciti a fare».
Abbandonato il calcio coltivò la sua passione per la scrittura, romanzi e poesie, assecondando l’estro irriverente che metteva sul campo, piacessero o no i suoi comportamenti a chi poi doveva "inquadrarlo" in un undici. Come dicono i titoli manifesto di alcuni suoi libri: "Se mi mandi in tribuna godo" o "Una vita in fuorigioco", dove confessa il suo unico rimpianto da calciatore: aver osato fare un tunnel a Rivera, che era il suo idolo calcistico.Un giorno, rivolgendosi ad alcuni tifosi del Vicenza che lo osannavano e davanti al suo presidente Farina, sbottò: «Vi ringrazio per l’affetto che mi dimostrate, ma mi sembrate un po’ fuori di testa: sono solo uno fortunato a tirar calci a un pallone, non un operaio che si fa un culo così per arrivare a fine mese, e nemmeno un chirurgo o un altro medico che salvano vite umane». Una frase che mai come oggi resta attuale.
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