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i danni collaterali 

Un buco da 700 milioni se la serie A non riparte

Alessandro Guerrieri
Gabriele Gravina
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Gabriele Gravina

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L'emergenza Coronavirus sta diventando, anzi è già diventata, per il nostro calcio anche un'emergenza economica. La doverosa sospensione dell'attività ha, infatti, drasticamente ridotto le entrate delle nostra società. Sono almeno 170 i milioni persi nell'ipotesi che si riesca a tornare in campo e terminare la stagione; un buco che aumenta fino a 700 milioni qualora il campionato non riesca a ripartire. E stiamo parlando solo della massima serie.

Queste le perdite “dirette” che salirebbero, nello scenario peggiore, all'incredibile cifra di un miliardo di euro, considerando tutto l'indotto. Un buco, quale che sia, che sta mettendo a repentaglio la vita delle nostre società, perennemente in crisi quando c'è da chiudere il bilancio.

RIDURRE LE SPESE

Ed allora il must dei presidenti, in attesa di vedere se la situazione migliorerà, è contenere le spese. Le società hanno commissionato a Deloitte, la più prestigiosa azienda di consulenza e revisione dei bilancio, uno studio sui danni economici derivati da Coronavirus, che verrà girato al governo, per ricevere un aiuto di Stato. Non solo, siccome nella massima serie la spesa maggiore per le società è il monte stipendi, la bellezza di un miliardo e trecentomila euro annuo per la sola serie A, l'idea di ridurlo è nata subito, anche considerando che dallo scorso 8 marzo l'attività si è fermata, non solo per quanto riguarda le partite ufficiali, ma anche per gli allenamenti, che non si sa ancora quando riprenderanno.

NON SI GIOCA, NON SI RISCUOTE

Il concetto portato avanti dalle società è semplice, molto semplice. Di fatto l'intera categoria dei calciatori né gioca, né si allena, ed allora perchè deve essere pagata ? Una eventualità che mette in discussione quello che finora è stato un tabù, l'intangibilità delle retribuzioni dei calciatori. Una eventualità che ha trovato l'appoggio anche dal ministro Spadafora e dal presidente della FIGC Gabriele Gravina. Normativamente, ipotesi non semplice da realizzare; nei contratti niente è stabilito proprio per la particolarità, impronosticabile, della situazione ed allora dovrebbe intervenire un accordo caso per caso. L'associazione calciatori non ha chiuso a priori, dicendosi d'accordo nell'anticipare le ferie estive, considerando tali i giorni di forzata interruzione dello stop, rimandando, però, la discussione vera e propria su una riduzione degli emolumenti, al momento in cui si saprà con certezza quando si tornerà a giocare. Il problema, però, anche qua è legale: l'AIC non può imporre ai propri assistiti di accettare la decurtazione, ma soltanto consigliare di farlo.

LE IPOTESI

La prima era quella di sedersi ad un tavolo e discuterne, ma negli ultimi giorni le società stanno seriamente pensando ad uno strappo in avanti: sospendere il pagamento degli stipendi, in relazione ai giorni di sospensione dell'attività. Non un taglio definitivo, ma soltanto, per adesso, un congelamento, in attesa che finalmente i protagonisti della domenica tornino sul tappeto verde e che le società ed i calciatori, tramite i loro rappresentanti, si siedano al tavolo e trovino un accordo convincente per entrambe le parti. —


 

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