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Coach De Raffaele e il suo super quintetto: «I trionfi? Lontani, il virus è la sfida vera»

Federico Lazzotti
Coach De Raffaele e il suo super quintetto: «I trionfi? Lontani, il virus è la sfida vera»

Un mese fa la vittoria con la sua Venezia alle Final eight di Coppa Italia, lo scorso anno lo scudetto. Ora le sue giornate tra video e famiglia  

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Un mese – era il 16 febbraio «ma sembrano passati anni luce» –, il trionfo alle Final Eight di Coppa Italia con la sua Venezia giocando la pallacanestro più bella e concreta di sempre. Lo scorso anno il successo in campionato battendo in sette partite Sassari e conquistando così il secondo scudetto in tre stagioni. Walter De Raffaele, 52 anni da compiere, livornese di scoglio che da giocatore accarezzò lo scudetto nel 1989 con la Libertas di Bucci, Fantozzi e Alexis, oggi è il tecnico più vincente del basket italiano. Abituato a gestire campioni e caratteri, l’ultimo capolavoro è quello con il talento di Austin Daye, non ha mai nascosto che il suo quintetto preferito è quello della sua famiglia: lui, la moglie Francesca, la figlia Emma e i maschietti di casa Nicola e Vittorio.

In questi giorni sono loro, a riempire, più del solito, le sue giornate nella partita più importante, quella contro il coronavirus: «Cerco di lavorare mezza giornata guardando video di partite e preparando alcune cose per quando torneremo, speriamo il prima possibile, alla normalità. Per il resto riesco a vedere un film con mia moglie. I figli sono a casa (a Venezia ndr) ma due su tre riescono a non perdere il passo con gli studi lavorando on line, mentre il più piccolo lo seguiamo noi… più da vicino»

Coach, a livello agonistico cosa sta accadendo?

«Campionato e Coppa sono sospese fino al 3 aprile, l’Eurolega fino all’11. Per quanto riguarda noi, fino a domani siamo fermi, poi vediamo se riprendere o meno. Ma questo ce lo devono dire i medici. L’idea, nel caso ci fosse il via libera, è di riprendere gli allenamenti con sedute individuali oppure con mini gruppi di atleti».

Come vede invece la situazione a livello più ampio?

«Preoccupante, ecco perché dobbiamo rispettare le decisioni di chi comanda a tutti i livelli. Come si è visto in Cina l’unica soluzione è stare in casa. Ecco perché aspetto le decisioni delle persone competenti, non sono un esperto e non mi espongo in valutazioni come club. Ripeto il primo steep è fissato per il 3 aprile, quindi non mi sbilancio in nessun tipo di previsione o fare l’espertone come sento fare tanti. Mi limito a rispettare dettami del governo, della Federazione e Lega, abituandomi a questa nuova normalità stando a casa».

Rispetto al calcio, ad esempio, il basket – soprattutto quello italiano – si è mosso rapidamente.

«A livello italiano siamo stati tempestivi rispetto agli altri e credo che sia stata una decisione ragionevole quella di bloccare tutto. Un po’ meno a livello europeo. Noi, ad esempio, fino a cinque giorni fa ci allenavamo per disputare il match contro Malaga che poi è stato annullato e per quello successivo con il Vilnius».

Proprio l’Eurocup sta pensando, viste le gare che sono state annullate, di organizzare una Final Eight con le otto migliori, tra cui c’è anche Venezia. Può essere una soluzione?

«È una delle opzioni che è stata messa sul tavolo. Personalmente la trovo una buona idea».

Il rischio altrimenti è di buttare via una stagione

«Guardi, questo è l’ultimo dei problemi. E ora interessa poco. Diciamo che se ci saranno le condizioni torneremo a giocare altrimenti...».

Questo vale anche per il campionato italiano?

«Ripeto, è difficile fare previsioni, viviamo alla giornata. Da parte mia mi adeguo alle decisioni. L’unica cosa che mi sento di dire è che si tratta di una situazione che va vissuta con equilibrio e senso civico: stare in casa è una misura necessaria, ma non è massacrante, chi si lamenta ha capito poco».

Sta sentendo i giocatori?

«Sì, la tecnologia in questo senso aiuta».

Chiede di mettersi sulla bilancia per vedere se hanno preso peso?

«(Ride) Non esageriamo. Ognuno si sta allenando rispetto alle dimensioni delle proprie abitazioni. In ogni caso si tratta di giocatori che hanno tutti famiglia quindi sono sereni nelle loro abitazioni. Poi per Venezia c’è un vantaggio: i ragazzi sono con noi da molti anni, dunque sono per così dire fidelizzati, sanno che facciamo tutto per il loro bene».

Coach, quelli appena trascorsi sono stati i mesi più gratificanti e belli della sua carriera da allenatore...

«Adesso è tutto in secondo piano, anche le vittoria in Coppa sembra lontana mesi e mesi, siamo un a realtà parallela. Oggi (ieri) ci sono stati 368 morti in un giorno, questo è un numero che va oltre qualsiasi logica. Davanti a questo il calcio fermo, l’Nba che non gioca è relativo perché esiste la vita vera e dobbiamo preservarla e io sono straconvinto che ne usciremo».

Lei è in Veneto, mentre i suoi familiari sono a Livorno.

«Mio fratello e mia mamma sono in Toscana, spero di poterli andare a trovare presto. Per ora li sento e ci vediamo tramite Skype, lì c’è una situazione difficile, ma qui in Veneto è più forte».

Un’ultima cosa sul basket. Com’è riuscito a far sbocciare il talento di Daye che lo scorso anno stava per lasciare Venezia?

«È un giocatore che ha un alto livello di conoscenza del basket (è il figlio di Darren ndr), quindi per dare il massimo deve avere fiducia nell’allenatore. Questa è stata la parte più difficile, ci è voluto del tempo, come nel rapporto genitoriale, dove devi usare bastone e carota. Per il resto Austin è fortissimo. È un ragazzo con grandi doti che ogni tanto viene inglobato dal suo stesso talento. Ma quando resta connesso e in equilibrio e riesce a estraniarsi da chiamate storte o un tiro sbagliato diventa un giocatore meraviglioso e decisivo» —.
 

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