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Un grande solista che non sa trascinare Ecco perchè Messi non sarà mai Diego

GIORGIO BILLERI

Nella notte di Napoli poco carisma e atteggiamento passivo Maradona unico anche nei suoi difetti, Leo immenso ma...

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GIORGIO BILLERI

Gli argentini usano un termine quando devono parlare di un talento senza troppo carisma: pecho frio, petto freddo. Uno di cui si riconoscono, e come potrebbe essere altrimenti, le clamorose doti tecniche, due piedi sublimi, una visione di gioco di un’altra galassia. Ma uno che raramente riesce a caricarsi la squadra sulle spalle, a indicare la strada con la forza dell’esempio, a trascinare. Quello che è stato Diego Armando Maradona, Leo Messi non potrà mai essere. Questione di carattere, di formazione, di estrazione sociale, di parabola professionale.

La notte del San Paolo, la partita tra Napoli e Barcellona ruotata quasi completamente sul confronto tra il Pibe e la Pulce, ha parlato chiaro in questo senso. Messi, su quel campo che aveva scritto la leggenda del suo maestro, voleva fare mirabilie, per dimostrare di non essere inferiore. Ha incassato con un sorriso quasi sorpreso gli applausi e i cori all’arrivo dei blaugrana in città, diventati fischi, com’è logico, al calcio d’inizio. Si è guardato intorno, ha passato idealmente ai raggi X quegli spogliatoi, quel sottopassaggio, quell’erba che ha scritto la leggenda dell’altro numero 10. Ci avrebbe tenuto da matti, insomma, ma ancora una volta il desiderio si è scontrato contro quel carattere ombroso, un pò scostante. Una personalità che, quando tutto gira per il verso giusto sembra debordante, ma quando cambia la direzione del vento si chiude, si immalinconisce, sfocia anche in piccoli episodi di nervosismo, vedi il cartellino giallo per una scalciata gratuita.

Messi, negli ultimi quindici anni, è stato (e continua ad essere) il numero uno, avvicinato soltanto da Cristiano Ronaldo. I nostri nipoti lo ricorderanno, probabilmente, come uno dei primi cinque o dieci di ogni tempo. E’ pagato come un attore di Hollywood o una star della musica. Ha molti meriti, non ultimo quello di aver superato, da ragazzino, un problema come un difetto di crescita. A 13 anni ha las ciato la sua Rosario, dov’è nato borghese (il contrario del barrio di Maradona, e forse la diversità caratteriale sta anche qua) per l’ignota Barcellona, squadra e città di cui è diventato sovrano.

Ha vinto tante volte la Liga e la Champions. Ha segnato centinaia di gol nei modi più abbaglianti e disparati. Ma quello che ha elevato Maradona, per gli argentini e i napoletani, al rango di Dios è stata la sfida, vinta, contro l’impossibile. I due scudetti a Napoli, dove i compagni erano Careca e Giordano, è vero, ma anche Ferrario e Volpecina: el Diez, con le sue magie, ha regalato alla città un riscatto anche sociale contro le potenze del nord. Ha vinto un Mondiale, quello del 1986, trascinando gente come Olarticoechea e Cuciuffo ad alzare la Coppa, e per farlo ha dribblato tutta l’Inghilterra. Ha ispirato registi, musicisti, scrittori, è stato amico e confidente di capi di stato, è stato forse il primo grande influencer della storia. Ha sbagliato e dilapidato tanto, si è fatto togliere la palla dalla droga e da chissà quanti altri vizi: ma anche per questo risvolto maledetto siede nell’Olimpo del football, con Pelè, Cruijff, Di Stefano. Messi si trova alle porte di quell’Olimpo, chissà se gli apriranno. Intanto, nella notte di Napoli, sul prato che fu di Diego, l’ombra del Pibe lo ha dribblato ancora. —

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