Il bomber e la Sardegna. Quando il calcio diventa una storia d’amore: Riva, 75 anni di un mito
Rombo di Tuono, lo scudetto a Cagliari e le imprese in azzurro. Dal no alla Juventus, all’amore per l’isola. «È la mia famiglia»
Più che una storia di calcio,questa è una storia d’amore. È la novella di migliaia e migliaia di cuori che battono insieme come se fossero uno solo, di gol, vittorie e anche sconfitte che hanno il potere di non lasciare più niente come prima. Questa è la magia di Gigi Riva, Giggiriva o Rombo di Tuono, 75 anni ben portati, uno che il ’68 lo ha fatto in Sardegna esaltandola come pochi altri. Riva è sardo, fiero e per scelta e che non lo sia di nascita per i sardi conta zero. Quando arriva la prima volta sull’isola, dalle valli varesine, non ha ancora 19 anni e vuole fuggire; ci mette poco, però, a capire che non è come pensava. «All’inizio – racconterà poi – le lucine che si vedevano sul mare di notte credevo che fossero in Africa». E per capire la portata di questa storia d’amore bisogna andare ai momenti del grande assalto da parte della Juventus, che offre una barca di soldi al presidente del Cagliari Efisio Corrias e tanti anche a lui. Il presidente bianconero Giampiero Boniperti fa seguire Gigi a ogni trasferta da un emissario che lo avvicina a fine partita: «La facciamo una telefonatina a Giampiero?». La risposta: «E perché dovremmo?».
Le sue parole sono sempre chiare, le ripete nelle rare interviste che concede, quasi sempre lontano dai compleanni: «Questa regione mi ha veramente adottato, mi ha dato una casa, una famiglia, mi ha dato simpatia, mi ha dato affetto. Come fai poi a lasciar tutto?”.È un gran rifiuto che da solo basterebbe a fissare la grandezza dell’uomo. Ma c’è di più, i sardi gli avrebbero voluto bene anche senza quell’immenso scudetto. Perché il feeling nasce subito, fin dal torneo di Serie B 1963-1964: otto gol e salto in Serie A Dopo ci saranno il secondo posto del 1968-’69, lo scudetto del 1969-’70, tre titoli di capocannoniere, un Pallone d’Oro sfumato (dietro a Gianni Rivera nel 1970), il titolo Europeo con la Nazionale nel 1968 e il Mondiale sfiorato nel 1970. Riva si prende la scena con i fatti, con i gol (164 in 315 partite), con quel Cagliari di grandi amici, guidato da un allenatore filosofo come Manlio Scopigno, quello che una notte (era già l’una) bussa alla porta di una camera d’albergo alla vigilia di una sfida in trasferta. Ci sono Riva e tre compagni (Poli, Gori e Albertosi) che giocano a carte con gli altri intorno. C’è un fumo denso per le tante sigarette accese, Scopigno si siede e dice: «Vi dispiace se fumo?». Si accende una sigaretta e aggiunge: «Poi però è l’ultima anche per voi». Inutile dire che il giorno dopo arriva una vittoria, figlia di quel clima unico. Prima di un decisivo Juventus-Cagliari allo stadio arriva un telegramma per Riva. Gigi lo legge e quasi si commuove. Solo anni dopo si saprà che a spedirlo è stato Giuseppe Tomasini, stopper infortunatosi qualche mese prima. C’è scritto «Gigi, gioca anche per me».
Riva segna su rigore il gol del 2-2 dopo una direzione di gara piuttosto negativa di Concetto Lo Bello. Riva racconterà di aver gridato all’arbitro: «Dimmi cosa ti devo dire per farmi buttar fuori». Lo Bello lo ignora e alla fine si complimenta, quel pari è mezzo scudetto. In Sardegna è già antipasto di festa ma quella vera arriva il 12 aprile. Allo stadio Amsicora c’è il Bari. Finisce 2-0 e come scrisse Gianni Brera «lo scudetto del Cagliari rappresentò il vero ingresso della Sardegna in Italia». Fino ad allora era il posto dove mandavano in punizione poliziotti e carabinieri, non c’era ancora il turismo vero. E quando il Cagliari giocava al Nord sugli spalti c’erano sempre sei, settemila sardi che arrivavano anche dalla Svizzera e dalla Germania. Il giorno dello scudetto ci vorrebbero cinque stadi per ospitare tutti quelli che vorrebbero esserci, è qualcosa di unico e di grande.
«La mia è la storia di un uomo che tutto sommato è stato fortunato, perché sognava di diventare bravo in un gioco che poi è diventato un lavoro. Però, sinceramente, molte cose le sacrificherei volentieri per correggere un po’ la mia infanzia». L’infanzia è bella fino ai 9 anni, poi la morte del padre Ugo, trafitto da una grande scheggia di ferro schizzata via da una pressa in fabbrica. La madre a quel punto è costretta a mandarlo in collegio, da Leggiuno a Viggiù, dai preti. Scappa, un sacco di volte, e lo riportano sempre indietro. «È il peso, l’umiliazione di essere poveri, le camerate fredde, il mangiare da schifo, il dover dire sempre “grazie signora” o “grazie signore” a chi portava il pane, i vestiti usati, e pregare per i benefattori, e dover stare sempre zitti, obbedienti, ordinati, come dei bambini vecchi». Muore anche la madre e a occuparsi di lui è la sorella più grande: «Mia mamma è stata una donna straordinaria, non ci ha fatto sentire l’assenza del padre, quattro figli, sempre sorridente, non ci ha mai fatto capire che eravamo in difficoltà». Gioca fin da bambino nei campetti sotto casa, poi arrivano i tornei dilettanti, la Serie C con il Legnano, i gol a raffica e un osservatore del Cagliari, Andrea Arrica. Un anno di B, poi la A, la Nazionale che gli regala tante gioie ma anche due infortuni gravi. Il primo, il 27 marzo 1967, con il Portogallo, è una frattura del perone della gamba sinistra per una disgraziata uscita del portiere. Il secondo, più grave, il 31 ottobre 1970, al Prater di Vienna contro l’Austria: stavolta saltano tibia e perone della gamba destra per via di un intervento scomposto del difensore Norbert Hof. In azzurro era fresco del secondo posto al Mondiale del Messico, quello della partita del secolo in semifinale contro la Germania. Il titolo andò al Brasile di Pelé, incontrato poi anche in amichevole a Cagliari ed è inutile dire chi fosse per i sardi il migliore del mondo. «La maglia azzurra è una cosa che ti si attacca alla pelle, ti resta per tutta la vita». E Riva all’azzurro (35 gol in 42 presenze, è ancora il migliore della storia) resta legato anche dopo, da team manager fino al 2013. C’è anche in Germania nella vittoria al Mondiale, quella che gli mancava da giocatore.
L’ultima partita di Rombo di Tuono è contro il Milan il 1° febbraio 1976. Al 50’, durante un confronto spalla a spalla con Aldo Bet, si accascia tenendosi la coscia destra. Cala il silenzio, compagni e avversari lo scortano verso il sottopassaggio e c’è chi piange. Cercherà di rientrare, mesi dopo, ma non ce la farà: «Avrei potuto vivacchiare ancora per un po’, ma non me la sono sentita di prendere in giro la gente». —
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