Empoli-Genova-Milano, un triangolo per quattro
GIORGIO BILLERI
Un triangolo e quattro uomini. Il titolo di un film, tutto calcistico, non particolarmente divertente. Empoli-Genova-Milano: prendete la cartina e tracciate un triangolo, vi accorgerete che verrà fuori quasi perfetto. Tre lati di una storia fatta di imprese, di vittorie, di sogni e un presente pieno di amarezze, incognite, minacce.
I quattro uomini si conoscono bene, benissimo. Ognuno ha imparato e insegnato qualcosa agli altri tre. Il loro mestiere è il più scivoloso, ingannevole, illusorio del mondo: l’allenatore. Quel mestiere che ti porta dalla gloria all’oblio per due partite sfortunate o pensate male. Tutti hanno un luogo del cuore, ed è Empoli, il piccolo miracolo del pallone di provincia, la confortevole culla per chi vuole spiccare il volo. Qui Marco Giampaolo ha ricostruito una carriera che languiva. Qui Eusebio Di Francesco si è formato come calciatore, dalle giovanili in poi. Qui Aurelio Andreazzoli ha insegnato il suo visionario modo di fare calcio, vivendo promozioni e retrocessioni. Qui Luciano Spalletti ha giocato, qui vive e ama questa terra.Tre di loro, curiosamente, a Genova si giocano o si sono giocati una fetta di carriera e di credibilità. Eusebio ieri ha preso atto che la storia era finita ed ha chiuso delicatamente la porta: se è vero che in 70 anni di storia la Samp non è mai partita così male, la sua posizione non era più sostenibile. Andreazzoli, il gentile professore massese, deve superare le forche caudine dell’ira di Preziosi: il suo Genoa era partito bene, gioco spumeggiante con al volante Schone, cervello dell’Ajax delle meraviglie, ma poi il giocattolo si è rotto così, all’improvviso, come se un bambino dispettoso lo avesse preso a calci. Si parla di cento, mille allenatori al suo posto. Giampaolo, proprio in quella Genova in cui era diventato grande con la Doria, pensava di aver passato senza danni la tempesta perfetta: ma superata l’onda più alta si è accorto che i tre punti non sono bastati, che è il progetto ad essere messo in discussione. Non c’è tempo, in Italia, per le lavorazioni lente, qui si vuole il prodotto finito e inscatolato in tempi brevissimi. E dunque alla ripresa del campionato dopo la sosta il bravo tecnico abruzzese non occuperà più quella prestigiosa panchina, sulla quale siederà difficilmente Spalletti, più facilmente Stefano Pioli, un altro che in Toscana ha vissuto estasi e tormenti. A Firenze, già: quasi dentro al triangolo. —
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