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Il calcio si è arreso: comandano gli ultrà, più di prima
È la resa, la sottomissione all’impero del male. Il calcio ha celebrato un altro dei suoi riti peggiori, lunedì sera a San Siro, quasi sotto silenzio, o peggio ancora con parole di assoluta normalità. Gli ultrà dell’Inter, in quella curva che ormai si può considerare zona franca, feudo extraterritoriale dello Stato della ragione e del diritto, hanno esposto un grande striscione con la scritta “Fabrizio con noi” e la maschera di Diabolik, soprannome del fascistissimo capo ultrà della Lazio, Fabrizio Piscitelli, ucciso in un regolamento di conti fra malavitosi. Già a Roma, per i funerali, era andata in scena un’altra pagina nera della resa contro i poteri criminali delle curve. Il capo della polizia, Franco Gabrielli, in una recente audizione alla commissione parlamentare Antimafia era stato chiaro: «La presenza di personaggi con precedenti penali nelle curve è alta, spesso arriva al 25 per cento». E questi comandano, fanno e disfanno. A Roma un vero e proprio clima di silenzio politico ha coperto il funerale show di Diabolik, celebrato con fumogeni, saluti romani e odio nei confronti dei giornalisti che erano lì per raccontare. Tra quelli che celebravano Piscitelli c’era anche Luca Lucci, capo ultrà del Milan coinvolto in traffici di droga gestiti dalla criminalità organizzata. Lo stesso che si è fatto fotografare abbracciato con il ministro Matteo Salvini.
Gli striscioni non nascono per caso e peraltro devono essere autorizzati dalle questure. Quella di Milano aveva chiuso più di un occhio, sempre nei confronti della curva nerazzurra, anche durante l’ultimo derby, quando apparve uno striscione in ricordo di Daniele Belardinelli, ultrà morto per le ferite riportate negli scontri prima di Inter-Napoli. Anche Belardinelli, simpatie neonaziste, non era un eroe da celebrare ma uno che aveva avuto due Daspo di cinque anni, sorvegliato speciale per reati commessi durante manifestazioni sportive.
Tutto questo mentre in altri stadi vengono bloccati striscioni che ricordano morti sul lavoro o, in maniera sistematica, quelli in omaggio a Federico Aldrovandi, il ragazzo di Ferrara che il 25 settembre 2005 venne ucciso da quattro agenti di polizia che lo fermarono per un controllo non lontano da casa. Qui, nel dicembre 2017, si è arrivati addirittura alla farsa delle multe comminate dal giudice sportivo al Siena e al Prato, le cui tifoserie avevano esposto quegli striscioni per Federico, perché ritenuti «di contenuto provocatorio nei confronti delle forze dell’ordine».
Dunque, Diabolik e Belardinelli sì, le vittime sul lavoro e Aldrovandi no. I fatti sono questi, sono peggio di una resa, è il Sistema che di fatto consegna il dominio dello stadio ai peggiori e manda a dire agli altri «arrangiatevi, qui comandano loro». È la presa d’atto che, per convenienza, per quieto vivere e per pavidità, il Sistema calcio e anche il Sistema Paese non vogliono battersi per il rispetto delle regole. Allo stadio comandano loro. Che ci piaccia o no, purtroppo è così. —
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