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Un leone in panchina: la lezione di Sinisa
Voi lo avreste fatto? Avreste lasciato il letto di ospedale, le flebo, la mascherina con l’ossigeno, la vostra personale battaglia contro il male per amore del vostro lavoro? Vi sareste fatti fotografare, inquadrare, vivisezionare in diretta da milioni di persone soltanto per essere lì, fieramente nel posto che ritenete essere vostro, il posto che avete scelto e dove sapete che, forse soltanto lì, risiede la felicità?
Un uomo, l’altra sera, ha fatto tutto questo. Il suo nome è Sinisa Mihajlovic. Un combattente da giocatore, un leone nella sua seconda vita. Uno che, quando poteva campare di rendita con tanto di busto in piazza dopo aver salvato miracolosamente il Bologna, ha subito dalla vita e dal destino un contropiede che poteva essere letale: lei ha la leucemia, deve curarsi e poi vediamo, la tremenda verità dei medici, un colpo al cuore per chiunque. Anche per lui, ovviamente.
Ma lui è Sinisa. Uno abituato a reagire, a vivere sfide estreme. Come tanti altri, sta lottando contro il male, come tanti altri le cui storie non arrivano sul palcoscenico ma che hanno la stessa forza, che meritano la stessa ammirazione. Ma lui è personaggio pubblico, con tutti i pro e i contro della notorietà. Lui è Mihajlovic, ed ha dovuto convocare una difficile conferenza stampa per fare sapere a tutti che stava male.
Si sta curando, è smagrito, il volto scavato, un cerotto visibile sotto la polo. Vuole vincere la leucemia, e per farlo, d’improvviso, ha sfilato dal braccio l’ago della flebo, ha raggiunto Verona dove giocava il suo Bologna. I giocatori sono rimasti di stucco quando lo hanno visto spuntare per la riunione tecnica, nessuno sapeva. Poi la panchina, le emozioni, gli schemi, i cambi: tutto normale. Alla fine è stato pareggio, ma solo in campo. Sinisa ha stravinto. Come tutti gli altri che combattono come lui.
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