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Da Sinisa a Cellino un calcio al peggio
Lo sguardo del guerriero, solo quello, è ancora lì, fiero e immerso in un volto smagrito con un cappellino a coprire i capelli persi in 40 giorni di chemioterapia. E sono brividi per Siniša Mihajlović quando entra in campo a Verona, dopo una “fuga” dall’ospedale Sant’Orsola di Bologna dove sta combattendo una sfida ben più importante di quella che il suo Bologna sta per giocare contro l’Hellas. Il cerottone sul collo che spunta dalla maglietta che va un po’ larga completa l’immagine struggente del tecnico che ha voluto esserci a tutti i costi. I suoi giocatori lo hanno visto spuntare in albergo e lui li ha trattati come se fosse sempre stato con loro. Lo aveva promesso, lo ha fatto: una serata così può valere tanto anche nella sfida contro la leucemia. La scena arriva in coda a questa prima giornata di campionato, dove bello e brutto si incrociano in modo struggente e stridente. L’altro attimo del cuore era stato, pochi minuti prima, alla Sardegna Arena di Cagliari al momento dell’ingresso in campo di Massimo Cellino, ex patron rossoblù oggi presidente del Brescia e rivale di giornata. Un minuto e più di applausi, cori e qualche lacrima a testimoniare che la riconoscenza è ancora di questo mondo.
Per il resto, le prime partite di Serie A sono come il mare: anche quando si presentano piatte, non sai mai fino a che punto potrai fidarti. Nel caso dell’italico pallone, peggio che mai, perché di calmo e di limpido non c’è quasi mai niente. La stagione parte con la burrasca del mercato aperto e con il rumore di fondo dei due festival dei sospetti e dell’ignoranza, più frequentati che mai. Purtroppo sono bastati i due anticipi del sabato a chiudere le parentesi festose dell’Europeo Under 21 e del Mondiale femminile. Il ritorno del pallone più becero, quello purtroppo controllato da tifosi non sempre raccomandabili, offre subito lo scenario triviale di un gruppetto nella tribuna del Franchi di Firenze intento a vomitare offese sul tecnico del Napoli, Carlo Ancelotti, che non ci sta: «Ci sono tanti bravi tifosi della Fiorentina ma dietro la mia panchina ce n’erano tanti di ignoranti. E dopo 90 minuti di insulti, senza perdere l’aplomb, ho detto loro di andare a casa». Il problema non è da poco se i peggiori hanno il sopravvento anche in uno stadio dove ha sempre regnato l’ironia: mitico lo striscione “Valeria, sculaccialo” rivolto a Valeria Marini, allora compagna del poco amato presidente Vittorio Cecchi Gori. E comunque nulla al confronto di alcune curve in pieno controllo di ultrà pluricondannati, dei legami con la grande criminalità, del razzismo diffuso, della violenza come religione.
L’altro festival è quello dei sospetti, alimentati dal ricordo di operazioni non troppo profumate del passato e da un atteggiamento ben poco chiaro, sempre dei manovratori. L’avvento del Var, ormai alla terza stagione, ha eliminato numerose ingiustizie ma ne ha lasciate di incredibili. Il rigore concesso al Napoli (a Dries Mertens il “premio Mario Merola” per la migliore sceneggiata) poteva starci prima del Var: oggi no, sbagliare così è inammissibile. In realtà sullo sfondo del mondo arbitrale c’è un inconscio atteggiamento lobellista. Come ha avuto modo di dire l’ex designatore Paolo Casarin, in un’intervista a questo giornale venerdì scorso a proposito del Var, «molti arbitri non lo hanno accettato, commettendo un peccato di presunzione». Il calcio per anni ha osteggiato la tecnologia, poi l’ha dovuta accettare per non essere travolto. Ma continua a rifiutare la piena trasparenza degli altri sport. Nel rugby l’equivalente del Var si chiama Tmo e le immagini che vedono gli arbitri e, soprattutto, i loro dialoghi vanno in scena in diretta allo stadio e in tv.
Qui si aggiunge anche la disinformatija che avvelena i pozzi: l’esempio arriva dal gol di Cr7 annullato a Parma per un fuorigioco millimetrico. A decidere, in questo caso, non sono gli addetti al Var ma un software che trasforma in tridimensionali le immagini. Andrebbe spiegato, invece di dar voce alle nostalgie di chi definisce tutto questo «roba da geometri». Per fortuna quel gol non è stato influente ma fa paura questa tendenza a raccontare il calcio per strizzare l’occhio ai peggiori.
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