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TENNIS: IL PERSONAGGIO  

Un po’ Wawrinka, un po’ Mecir Ora Medvedev canta nei “fab five”

Un po’ Wawrinka, un po’ Mecir Ora Medvedev canta nei “fab five”

Il successo al torneo di Cincinnati ha spinto il russo nel gotha mondiale 44 match vinti nel 2019, come lui nessuno. Era un ribelle, ora è maturato

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MILANO. Un po’ Stan Wawrinka, affettuosamente «Stanimal» per l’amico Federer, e un po’ Robin Soderling, che sradicò un Roland Garros dalle mani di Rafa Nadal. Di più, Daniil Medvedev ha qualcosa di più poetico, come il mellifluo e letale rovescio a due mani di Miloslav «Gattone» Mecir, che negò il Grande Slam a Mats Wilander. Così si diventa il tennista del momento che, nelle ultime 52 settimane ha giocato 90 partite, vincendone 68, di cui 44 nel 2019. Il lungagnone di Mosca di quasi due metri, magro magro, sembra spezzarsi come un giunco ad ogni colpo. Con questo tassello decisivo, almeno quanto l’assidua frequentazione del doppio, dove ha affinato servizio, risposta e colpi al volo, ha chiuso il cerchio, sistemando anche il carattere ribelle che lo aveva portato a balzare agli onori delle cronache per comportamenti non certo positivi.

Come al torneo di Savannah 2016, quando, sotto per 1-3, fu cacciato dal campo per una frase razzista, tradito dal microfono in campo per aver accusato l’arbitro, l’afroamericano Sandy Fresh, di connivenza con l’avversario, Donald Young, afroamericano anche lui: «Lo so che siete amici, ne sono sicuro». Finì malissimo: «Condotta antisportiva. Game, set, match Young 4-1, squalifica». Così come a Wimbledon 2017 fu multato di 11.500 dollari per aver insultato più volte l’arbitro, la portoghese Mariana Alves, aver scosso energicamente il seggiolone dov’era seduta ed aver gettato davanti a lei dei soldi che aveva estratto dal borsone, contestando una serie di chiamate avverse dopo la battaglia di cinque set persa contro Ruben Bemelmans. «Ero solo frustrato, non c’erano particolari significati nel mio gesto. Non ci ho proprio pensato, ho semplicemente fatto una cosa stupida». Quanto sono diversi quel giocatore e quel ragazzo, di allora, e anche dalle Next Gen Finals di Milano 2017, rispetto al campione di oggi che parte fra i favoriti agli Us Open del 26 agosto? Che si aggiusta vezzosamente il ciuffo ribelle con le mani prima di scendere in campo, che si risistema platealmente le parti basse, fra una bracciata e l’altra, che spara i fondamentali da fondo - piatti, vecchia maniera, come se il gomito gli uscisse ogni volta dal braccio, con la seconda di battuta quasi potente, a 200 all’ora, come la prima -, ha messo insieme, magicamente, tutti i pezzi e, pur sempre un pò sgangherato, con quell’aria di «Spennacchiotto», è diventato uno dei più efficaci, e letali, picchiatori delle racchette. Tanto da timbrare le tre ultime finali consecutive, dal 27 luglio a domenica. E, dopo aver perso sotto il traguardo con due tie-break con Nick Kyrgios a Washington e con Rafa Nadal a Montreal (collezionando gli scalpi di Thiem e Khachanov), s’è aggiudicato il primo Masters 1000 in carriera demolendo David Goffin, a Cincinnati, lì dove dodici mesi fa era costretto a disputare le qualificazioni. Bravo, bravissimo, e sorprendente, il 23enne che, dal numero 56 è volato al 5 del mondo, sorpassando clamorosamente tutti i Next Gen più promettenti e precoci, compreso Sascha Zverev. —

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