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Una racchetta e un riscatto dal fango, il sogno difficile di Paulo, figlio delle favelas

Fabrizio Brancoli
Una racchetta e un riscatto dal fango, il sogno difficile di Paulo, figlio delle favelas

Per campare fa l’incordatore per i suoi avversari. Viene da un sobborgo poverissimo e pericoloso, cerca di emergere

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Non c’è solo la luce accecante dei fenomeni e degli artisti. Dietro l’angolo del tennis, sotto il tappeto, nelle intercapedini tra un campione e un trofeo, ci sono gli altri. Il sottobosco ombroso e poco noto di uno sport.

Mentre a Cincinnati si giocava il Masters 1000 con vista sugli Us Open, una quarantina di non famosi si sono contesi qualche spicciolo a tremilaseicentotrenta metri sul livello del mare, in Bolivia. Paulo Andre Saraiva Dos Santos ha vinto due partite nelle qualificazioni e poi ha perso al primo turno, nel minuscolo torneo da 15mila dollari di montepremi sulla terra rossa di La Paz. L’ha battuto (63 62) un connazionale, Joao Hinsching, 1.414 per la graduatoria Atp. Per Saraiva Dos Santos è il secondo torneo dell’anno, finora aveva giocato solo una volta a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia. Perdendo subito.

Figlio di un muratore e di un’operaia, Paulo è il fanalino rosso del rimorchio del grande tennis. Occupa il numero 1.979 dell’estenuante classifica mondiale Itf: un inferno dei tennisti di rincalzo, che ribolle di difficoltà e di avversari (ma non di soldi). Da quelle acque paludose tutti sognano di evadere, per salire nei paradisi delle racchette, dove i punteggi diventano vita vera e i sacrifici diventano una professione. Eppure, per quello spirito letterario che da sempre attraversa il tennis, la storia di questo ragazzo brasiliano di diciannove anni (li compie venerdì 23 agosto) merita di essere letta. In Italia l’ha raccontata benissimo Marco Caldara per Il Tennis Italiano, nel dicembre scorso.

Paulo è nato a Itapoã, una gigantesca, poverissima e pericolosa favela vicina a Brasilia. Novantacinquemila abitanti, molti dei quali disperati: una sola scuola, un solo pronto soccorso, un tasso di criminalità inaccettabile. Violenza, disagio e fiumi di fango quando piove. Il ragazzo viene da lì. Ha sei anni quando nella favela arriva un progetto sociale del Corpo dei Marines brasiliani, chiamato Second Time (una seconda volta): gli mettono una racchetta in mano e a lui piace. A Itapoã i bambini vivono per strada e rischiano spesso di diventare adulti nel peggior modo possibile, tra crimine e abusi. Ma Paulo ha un’alleata formidabile e un angelo custode: la sua mamma. Quando lo vede giocare a tennis, lei prima fa qualche resiastenza, poi capisce che quella è l’opportunità di una vita e lo affida ai tecnici. Il ragazzo non è Federer ma è bravino, vince e adora il gioco. Entra nel giro delle nazionali giovanili, si stacca un minimo dalla favela e prova a sognare. Nel 2018 conquista il suo primo punticino mondiale, grazie a un colpo di fortuna (gioca un torneo con una carta di invito: era stata assegnata a un altro giocatore, che all’ultimo momento aveva rinunciato) e alla sua bravura (supera il primo turno).

I media specializzati, in Sudamerica, lo hanno preso in simpatia. Lo chiamano “il figlio del muratore”, sembra una saga da telenovela. Gioca pochi tornei per un motivo preciso: non dispone dei fondi necessari per fare tournéè. Improvvisamente ha smesso di ricevere 458 reais mensili. Le questioni burocratiche e le comunicazioni interrotte tra la Segreteria federale dello sport, del turismo e del tempo libero e la Federazione brasiliana di tennis hanno causato la riduzione dei benefici per questo giocatore.

Gira per i campi con l’equivalente di venti euro a settimana, si sposta con l’autobus pubblico, per mantenersi lavora come incordatore per le racchette dei suoi colleghi, nei tornei. In pratica mette a punto le racchette dei suoi avversari. Otto mesi fa ha lanciato una campagna di finanziamento collettivo sul web per recuperare trentamila reais (settemila euro), la somma necessaria per sostenere una stagione agonistica con una minima aspirazione di carriera. Quello che può offrire è poco: qualche ora di lezione.

“Saraiva” in portoghese significa “grandine”. Speriamo che per Paulo arrivi una grandine buona, di soldi e vittorie. Ho inserito il suo cognome sul telefonino, in una app che mi segnala i risultati di tutti i miei giocatori preferiti, nel mondo. Tanti fuoriclasse e il figlio del muratore, che sogna di lasciare il fango e le baracche. Se lui va in campo, sullo schermo compare una notifica, con una stellina colorata. Dai Paulo, manda un messaggio.
 

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