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Visconti, obiettivo iridato «Torno a ferragosto» Ai ragazzi: via dalla strada
SAN BARONTO. Giovanni Visconti a 36 anni è considerato unanimemente uno dei senatori più qualificati del plotone del ciclismo italiano. Pro dal 2005 con 39 vittorie inclusi tre campionati italiani, 2 tappe e la classifica finale del GPM al Giro d'Italia, Visconti è tornato quest'anno al team che lo ha lanciato, la Neri Sottoli Selle Italia KTM di Angelo Citracca e Luca Scinto, dopo due anni di militanza nella Bahrain-Merida con Nibali. Nel 2019 un avvio di stagione un po' tribolato, dovuto a problemi fisici, poi due belle vittorie, in Slovenia e Austria, che gli avevano fatto capire di essere sulla strada giusta, fino all'11 luglio scorso, quando fu protagonista di una terribile caduta, come lui stesso ci racconta. «Si correva la quinta tappa del Giro d'Austria, che sentivo di poter vincere dopo essermi già imposto due giorni prima. Per farla breve, al termine di un lungo tunnel in discesa ci siamo trovati di fronte a una curva secca, roba da matti e siamo caduti io, lo spagnolo Barbero e l'austriaco Schonberger che è ripartito quasi subito mentre Barbero ha riportato la frattura della clavicola. Adesso sto ultimando le cure con un bravissimo infermiere di Monsummano, Francesco Paoli».
Il rientro alle corse quando è previsto?
«Per ferragosto, al Giro della Repubblica Ceka a tappe».
Come valuti il 2019 del team Neri Sottoli?
«Io ho iniziato a carburare solo in estate a causa dei problemi avuti in primavera, ma Velasco – una bella rivelazione – e gli altri sono stati molto bravi. Peccato per il mancato invito al Giro».
Sassolini nella scarpa da togliere?
«Gli organizzatori sono liberi di fare ciò che vogliono, però in Italia siamo i soliti autolesionisti, mai aiutiamo i team nostrani che sopravvivono tra mille problemi. In Francia e Spagna accade il contrario, le prime squadre ad essere selezionate sono quelle nazionali, lì hanno capito che serve a ben poco, per la corsa e per il pubblico, ingaggiare team esteri semisconosciuti. E il prossimo anno sarà ancora peggio con la riforma del World Tour che restringerà ulteriormente la possibilità di invitare squadre della nostra categoria».
Ti passa per la testa l'idea di smettere?
«Per ora no, mi sento ancora integro e competitivo. Vorrei ottenere un contratto per un anno ancora poi deciderò, anche se l'idea sarebbe quella di gareggiare ancora per due, tre anni».
I tuoi figli, Thomas e Noemi, li stai indirizzando verso il ciclismo?
«Assolutamente no! Oggi è da pazzi mettere dei giovani su di una bici e percorrere le strade. Quando esco per allenarmi c'è sempre il timore di non rientrare a casa, come accadde al povero Scarponi e a tanti altri. Più di una volta mi hanno minacciato con armi improprie, insultato verbalmente dopo manovre da criminali. Oggi la gente che guida mi sembra impazzita, tutti hanno fretta, tutti guidano con il sangue agli occhi e tenendo ben stretti i loro telefonini. Ma in che razza di mondo stiamo vivendo?».
Che obiettivi ti poni da qui a fine stagione?
«Anche se non sarà facile, punterò alla maglia azzurra per il mondiale in Inghilterra. Il percorso mi si adatta e cercherò di convincere il CT Cassani che con la mia esperienza e la mia duttilità posso essere utile alla squadra. Intanto gareggerò nella Parigi-Bruxelles, nel GP Fourmies e poi in tutte le gare italiane, Giro di Toscana incluso. Ce la metterò tutta».
Sembra che Nibali abbia rinunciato alla gara iridata, cosa pensi della situazione che si è creata al team Bahrain-Merida in cui hai corso per due anni?
«Il gruppo si è sgretolato lentamente e ora si cerca di correre ai ripari. Non sarà facile anche se Copeland è in gamba. Vincenzo non poteva più continuare in questa situazione così confusa, va capito».
Tornando al mondiale, a chi si adatta tra gli italiani?
«Sicuramente a Trentin, Colbrelli e forse a Bettiol se tornerà quello del Fiandre. Viviani non credo» . —
Stefano Fiori
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