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Quando l’Italia ingrata fece dimettere Pozzo

Quando l’Italia ingrata fece dimettere Pozzo

Due Mondiali, un’Olimpiade: il commissario tecnico più vincente. Ma per la Federcalcio era un prodotto del regime: e così fu l’addio 

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La luna nel Pozzo ce la fece trovare lui, Vittorio. Alpino, giornalista, gentiluomo piemontese, soprattutto innovatore tattico. Dati alla mano, il più grande commissario tecnico che l’Italia abbia mai avuto: ha vinto due Mondiali di seguito, nel 1934 e nel 1938. Ma venne il giorno, che arriva per tutti, in cui si dimenticano di te, ti ritengono vecchio, sorpassato, obsoleto. Quello schema nuovo e fascinoso, il doppio W (oggi si chiamerebbe 2-3-2-3), non era più nelle grazie dei maggiorenti della Federcalcio, che cercavano di rimuovere dal pallone le macerie della guerra. Anche perchè il Grande Torino, che in quegli anni avrebbe vinto tutto anche con la squadra dei ragazzini, aveva sposato in toto lo schema “concorrente”, che venne chiamato Sistema.

Ma secondo molti, e probabilmente è vero, le dimissioni di Vittorio Pozzo, che arrivarono il 5 agosto del 1948, furono soprattutto figlie di un nodo politico, una sorte di resa dei conti in chiave pallonara.

Già, perchè il distinto commissario tecnico dai capelli candidi, che aveva alzato due volte la Coppa Rimet, era ormai identificato come il deus ex machina del calcio dell’era fascista e, tra l’altro, non aveva mai rinnegato il regime come molti altri.

Con tratto elegante, e con il profilo basso che ne aveva sempre contraddistinto i gesti e i comportamenti, Vittorio Pozzo non sbattè, ma socchiuse dolcemente la porta federale, senza far pesare quei numeri spaventosi, sensazionali che si sarebbe portato dietro per sempre.

Fu commissario tecnico azzurro per 6.927 giorni, un primato battuto solo da un altro enorme inquilino della panchina d’Italia, Enzo Bearzot. Aveva collezionato 97 panchine con la nazionale, con un totale di 65 vittorie, 17 pareggi e 15 sconfitte. La sua percentuale di vittorie è pari al 67.01%: record inarrivabile.

Pozzo era il sabaudo più sabaudo di un calcio che in quegli anni gravitava molto su Torino, con qualche propaggine milanese (leggi Meazza).Nato a Torino, appassionato di lingue, fu uno dei primi personaggi del calcio ad aggiornarsi all’estero: Francia, Svizzera (dove giocò anche nel Grasshoppers), ed Inghilterra.

Già, quella che veniva definita con enfasi la perfida Albione per il giovane Vittorio divenne per presto lo scrigno delle meraviglie, un tesoro tattico da ammirare e magari saccheggiare con tatto.

Intanto aveva dato un fattivo contributo alla fondazione del Torino, dove giocò per cinque stagioni, sino al ritiro dall'attività agonistica, nel 1911, e di cui fu direttore tecnico dal 1912 al 1922.

Per sbarcare in lunario lavorava alla Pirelli, ma oltre quelle finestre c’erano il campo, il calcio, le tattiche, lo spogliatoio. Vittorio quello, e solo quello, voleva fare. L’occasione arrivò nel 1912, quando aveva soltanto 26 anni: la federazione lo nominò tecnico della Nazionale olimpica che partecipò al non memorabile torneo di Stoccolma 1912. Perdemmo 3-2 ai supplementari con la Finlandia e lui, ferito nell’orgoglio, si dimise.

Pozzo prese parte alla Prima guerra mondiale in veste di tenente degli Alpini. E come tanti uomini catapultati negli orrori e nella crudeltà del conflitto, ne rimase profondamente segnato. Soprattutto perchè riuscì a trasferire il culto del sacrificio, del gruppo, del mutuo soccorso tra gli uomini, della semplicità dei modi e degli atteggiamenti, dal campo di battaglia a quello, meno cruento, del calcio. Sarà questo uno dei grandi segreti del suo successo come allenatore e divulgatore calcistico.

Nel 1921, Pozzo fu incaricato dalla Federcalcio di studiare un progetto di riforma del campionato per ovviare alle tensioni tra le grandi squadre e le società minori, poiché le prime ritenevano che il numero di partecipanti al campionato andasse ridotto. Una sorta di monopolio che rischiava di minare dalla fondamenta il nostro calcio, già molto sbilanciato verso poche gradi piazze. Lui ce la mise tutta, ma contro i grandi interessi ci fu poco da fare: così si arrivò alla crisi, alla paralisi per un anno intero.

Vittorio, intanto, studiava calcio. E nel 1924 la Federcalcio lo nominò commissario unico per i Giochi Olimpici di Parigi. Arrivammo fino ai quarti di finale, perdendo 2-1 con gli svizzeri che al tempo erano forti davvero. Pozzo ritenne ancora una volta esaurito il suo compito e tornò ad assistere la moglie, gravemente ammalata, che poco dopo morì.

Ma un alpino non si piega ai venti contrari della vita. Così, Pozzo si trasferì a Milano dove coltivò la sua seconsa grande passione: il giornalismo. Lavorava alla Stampa, e lo fece fino al termine dei suoi giorni.

L’anno della svolta fu il 1929: da qui sarebbe iniziata l’epopea dorata del calcio italiano. Dieci anni in cui vincemmo tutto, con lo schema doppio W che il ct mutuò dalla grande Juventus del quinquennio. Vinse due titoli mondiali nel 1934 e nel 1938, un oro olimpico nel 1936 (l'unico del calcio italiano) e due Coppe Internazionali (manifestazione antesignana del Campionato europeo di calcio) nel 1930 e 1935. L'unica vittoria che sfuggì all'Italia di Pozzo di quell'irripetibile decennio fu quella della seconda edizione della Coppa Internazionale del 1932 in cui l'Italia si classificò comunque seconda. Una squadra formidabile: il talento cristallino di Giuseppe Meazza, una sorta di fatato incrocio tra Rivera, Baggio e Totti, per capirsi, assist e gol, numeri e corsa. Un terminator da area di rigore che difficilmente si sarebbe rivisto nel nostro calcio, Silvio Piola. Un’ala sinistra champagne come Raimundo Mumo Orsi, un regista di infinita classe come Giovanni Ferrari. E dietro, le manone di Combi, la corsa di Rosetta e Calligaris, il fisico di Monti. Roba da stropicciarsi gli occhi per i tempi, e infatti non ce n’era per nessuno. Anche perchè Vittorio Pozzo aveva capito cosa deve fare un grande allenatore: non rovinare il giocattolo, intervenire il meno possibile, guidare dolcemente la fuoriserie senza ingripparne il motore. E lui, in questo, fu perfetto.

Pozzo fu anche il primo a fare uso sistematico dei ritiri, i periodi di isolamento pre-partita, che a quei tempi erano davvero chiusi al mondo esterno, senza giornalisti, telecamere, spifferi. Si lavorava sul gioco, si stava insieme con le carte come unico, vero diversivo. Di donne, nemmeno l’ombra: l’Olanda sarebbe arrivata qualche decennio più tardi.

Il ct venne anche criticato, in quegli anni, per aver fatto ricorso a giocatori oriundi nel vittorioso mondiale del 1934, riferendosi al fatto che gli stessi prestavano servizio nell'esercito, disse: «Se possono morire per l'Italia, possono anche giocare per l'Italia». Di lui scrisse Giorgio Bocca: «Pozzo era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime.

Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti». Pozzo, pare, amava portare con sé due portafortuna: il primo era una scheggia della Coppa Internazionale. Il trofeo era una sorta di antenato delle competizioni europee per nazioni, e Pozzo l'aveva vinto per la prima volta l'11 maggio 1930 quando a Budapest la sua nazionale batté l'Ungheria per 5-0 nell'ultima e decisiva partita.

Avvenne che il trofeo cadesse per terra e, essendo interamente di cristallo di Boemia, si rompesse in numerosi pezzi senza poter essere riparato. Il secondo portafortuna era un biglietto per l'Inghilterra, dono di un familiare, che Pozzo non utilizzò mai.

Dal 24 novembre 1935 al 20 luglio 1939 Pozzo inanellò una serie di 30 risultati utili consecutivi, e come lui nessuno. Solo la guerra interruppe quella magia, e dopo niente fu come prima. Nè il calcio italiano, che lo mise da parte, nè Pozzo stesso Che il 5 agosto 1948 interruppe una delle storie d’amore più belle di sempre. —

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