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wimbledon: anatomia di una sfida epica 

Federer vince la sfida tra supereroi 51 colpi vincenti, capolavoro su erba

fabrizio brancoli
Federer vince la sfida tra supereroi 51 colpi vincenti, capolavoro su erba

Roger spadaccino, in quattro set una summa del tennis. Lo svizzero piega Nadal e vola in finale: domani troverà Djokovic 

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fabrizio brancoli

All’inizio del tie-break del primo set, dopo dodici giochi senza break e un equilibrio esasperato, ho aperto il sito web ufficiale di Wimbledon e mi sono diretto nella sezione delle statistiche dal vivo. Ho scattato una foto allo schermo perché volevo ricordare bene quei numeri. Roger Federer e Rafael Nadal, i due fenomeni, avevano vinto il 90% di punti con la prima di servizio e il 62% di punti con la seconda. Entrambi. Roba da non credere, vero? Era un’immagine fedele dell’equilibrio. E il quadro era completato dalle discese a rete (100% di punti per entrambi).

Eppure qualcosa stava accadendo.

C’era qualche rumore sotto il letto, forse un mostro, forse un eroe. Qualcosa si era insinuato nel buio di una partita apparentemente in stallo. Era una roba tipo Matrix, quando il malvagio agente Smith e l’enigmatico Neo si fronteggiano immobili e senza gravità, innaturalmente statici, gli sguardi dritti, i muscoli in tensione. Il tennis ti fa questi regali: assisti a una magnifica parità, con la certezza che sta per andare in frantumi.

A spaccare tutto quel capolavoro di cristalleria è stato Roger Federer. Ha vinto il tie-break 7-3, ha incassato il ritorno guerriero di Nadal e poi ha preso in mano questa incredibile, epica sfida con il piglio di un cavaliere spadaccino, che corre sul crinale di un abisso eppure colpisce, che imperversa, sapendo che al minimo cedimento sarà sconfitto. In quattro set abbiamo visto il meglio di uno sport: la stessa semifinale di Parigi, a esito rovesciato. Più sofferta, perché Rafa sull’erba, stavolta, era più pericoloso e letale di Roger sulla terra rossa francese.

Ci forniranno molte puntuali analisi di questa semifinale. Una cosa è certa: dimentichiamo Borg contro McEnroe, dimentichiamo lo stereotipo dell’uomo a rete contro l’uomo della difesa. È stata una sfida tra strepitosi attaccanti e per aggiudicarsela c’è stato bisogno di fare punto, e non di far sbagliare l’avversario. Nessuna speculazione. Il re svizzero ha centrato alla fine 51 colpi vincenti, lo spagnolo 32: in finale ci è andato il tennista più capace di fare gol. Ha trovato conferma la tendenza fondamentale del “nuovo” tennis su erba, quello su campi meno veloci, quello meno schiavo del serve and volley, quello meno remunerativo per i grandi battitori monotematici. Vince chi replica meglio quando a servire è l’altro. L’arma più impressionante per Federer è stata la risposta, piazzata lunghissima, un graffio costante sulla riga di fondo e alle certezze di Nadal. La risposta anticipata, che toglie al rivale il mezzo istante e rovescia l’inerzia di uno scambio, è il superpotere di chi riesce a domare Wimbledon e iscriversi nella storia.

La stessa arma che qui ha garantito trionfi e dominio a Novak Djokovic. Che, per inciso, è l’altro finalista dopo un bel match in 4 set contro Roberto Bautista Agut (il quarto incomodo, l’umano che ha camminato a fianco degli Avengers).

Federer, 14 aces e le solite perle di tecnica e tocco, ha risposto alla perfezione nei momenti più delicati, costruendo il suo ennesimo sogno maturo: una finale a 38 anni, una finale non persa in partenza, contro il numero uno del mondo e detentore del titolo. Nadal non è stato impeccabile col rovescio ma ha giocato alla grande: 10 aces, un coraggio indomito, un impressionante adattamento alla superficie, una performance atletica assoluta. Ha solo incontrato Federer in stato di grazia: succede.

Che cosa c’è da dire, ancora? Quando giocano loro, contro, insieme, è Matrix e il tempo salta in aria. È come se Masaccio e Banksy dipingessero lo stesso muro, con le loro differenze diametrali e la loro arte senza limite. Guardiamo Nadal con Federer e ascoltiamo Mozart e i Beatles sullo stesso palco, pronti a suonare una melodia irripetibile. C’è un’estasi, in tutti noi che amiamo il tennis: viviamo questa mistica epifania. Per due giorni attendiamo la nostra messa laica di Natale, il nostro Woodstock senza rock, l’aurora boreale delle racchette. Arriva, la partita, e non ci delude mai. Eccoli lì, davanti alla rete, uno trionfante e uno smarrito, uno felice e l’altro pronto al riscatto, la latitudine e la longitudine della nostra passione.

Si sono presi a botte e poi hanno fatto pace, candidi e puri come le magliette che indossavano, rabbiosi e nobili come gli eroi di quando eravamo bambini.



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