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467 chilometri nella polvere per battezzare il primo Tour

467 chilometri nella polvere per battezzare il primo Tour

La Grande Boucle nacque per fare soldi e “salvare” un quotidiano sportivo in crisi. Vinse il francese Garin dopo sei frazioni massacranti in 18 giorni. C’era anche un italiano 

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Iniziamo? Ma sì, partiamo. 467 chilometri, tanto per gradire. Questa fu la distanza prima tappa del Tour De France, anno di grazia 1903, in un primo luglio rivente come le giornate che stiamo vivendo. 467 chilometri, da Montgeron a Lione: come pedalare da Milano a San Benedetto del Tronto. O da Montecatini ad Avellino. O da Bergamo ad Ancona. Ma quello era il ciclismo: epica, incoscienza, sofferenza pura distillata su bicliclette con le quali, oggi, troveremmo scomodo persino andare a fare la spesa. L’epica del ciclismo, quella vera.

Per fortuna dei poveri corridori, non si saliva in sella tutti i giorni, come accade oggi. Sarebbe stato impossibile anche per quegli uomini forgiati nell’acciaio. Ogni tappa era intervallata da tre giornate di riposo, altrimenti in fondo alla prima Grande Boucle della storia non sarebbe arrivato nessuno. Il resto del menù inventato da Henri Desgrange, papà e inventore della corsa a tappe più importante al mondo, era ugualmente terrificante. Seconda tappa, 5 luglio: Lione-Marsiglia, 374 km. Terza tappa, 8 luglio: Marsiglia-Tolosa, 423 km.- Quarta tappa, 12 luglio: Tolosa-Bordeaux 268 km, la frazione più corta (oggi sarebbe ai limiti dell’impossibile anche questa). Quinta tappa, 13 luglio: Bordeaux-Nantes 425 km. Gran finale il 18 luglio 1903: Nantes-Parigi, 471 km. Roba da eroi.

Ma come nacque il primo Tour de France? Semplicemente, da una disputa... tra giornali. Accadde che, dopo l’affare Dreyfus, lo scandalo politico che divise la Francia alla fine dell’Ottocento, il proprietario de “Le Velo” , il più importante quotidiano sportivo di Francia, si schierò alla testa dei colpevolisti rispetto a Dreyfus. Cosa che non piacque ai finanziatori del giornalem che invece erano sulla barricata opposta: innocentisti. Dunque, come reazione nacque un giornale concorrente, l’”Auto Velò”, che vedeva come animatore proprio Henri Desgrange,che tra l’altro era il proprietario del velodromo del Parco dei Principi, un’autorità assoluta quando in Francia si parlava di ciclismo.

Ma l’”Auto Velò” non ebbe grande successo, anzi fu un mezzo flop. Al punto che, per reperire denaro fresco, si pensò di organizzare un grande evento ciclistico. A suggerirne le modalità fu un giovane, Géo Lefèvre, che Desgrange aveva assunto dal quotidiano rivale. L’idea del ragazzo era quella di una corsa da disputare in sei giorni, che potesse attraversare le città principali di Francia per reperire soldi ed attrarre interesse mediatico.

L’impresa, dunque, aveva tante criticità: era costosa, non era mai stata realizzata prima, era molto complessa dal punto di vista dell’organizzazione perchè bisognava pensare alla logistica, ma soprattutto a rendere sicuro il transito dei concorrenti sulle strade. Così si scelsero quelle secondarie, raramente asfaltate in maniera dignitosa. Tanti problemi dunque, forse troppi. Ma quello che aveva in mano i cordoni della borsa, Victor Goddet, alla fine si convinse e mise a disposizione una somma consistente.

Così il primo Tour de France della storia venne organizzato in cinque frazioni, dal 31 maggio al 5 luglio 1903, con partenza e arrivo a Parigi e tappe a Lione, Marsiglia, Bordeaux e Nantes. Poi venne anche aggiunto lo “scalo” di Tolosa.

60 gli iscritti, o meglio i coraggiosi che, coinvinti anche dai premi promessi da Desgrange (al vincitore di tappa, ma anche a coloro che avessero superato la media di 20 chilometri ortari), si convinsero a presentarsi alla partenza. In principio erano soltanto quindici, poi il fascino dei franchi aumentò i ranghi.

Ma trniamo a quel primo luglio del 1903. La Prima Boucle, antesignana della corsa più celebra e ricca del pianeta, prese il via dal paesino di Montgeron alle tre del pomeriggio. Dai primo colpi di pedale si riconobbero subito i migliori, nel 1903 parlare di tattiche non aveva senso: chi più ne aveva, vinceva. Così ecco quello che sarebbe stato il vincitore, Maurice Garin, il suo rivale Hippolyte Aucouturier, il favorito tedesco Josef Fischer, e molti avventurieri.La corsa finì alla periferia di Parigi, a Ville d’Avray. Garin sbaragliò il campo, vincendo tre delle sei tappe, alla media di 25.68 km/h. L’ultimo classificato, Arsène Millocheau, terminò a 64.57’08” da lui. Si, avete capito bene: a due giorni e mezzo.

Solo in 21 riuscirono ad arrivare alla fine. Tra questi anche un italiano, Roldolfo Muller, che correva per la Francaise, che chiuse orttimo quarto a quattri ore 39’30”.

Così, in questa maniera avventurosa, decollò uno dei miti non solo del ciclismo, ma dello sport mondiale. Una corsa che è diventata leggenda, contenitore di swtorie, drammi, vittorie e sconfitte. Il Tour de France: basta la parola... —

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di Redazione web