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Sarri alla Juve, ecco chi è "i' figliolo di' Parapei": viaggio a Figline tra amici e soprannomi

Francesco Fondelli
Sarri alla Juve, ecco chi è "i' figliolo di' Parapei": viaggio a Figline tra amici e soprannomi

Benvenuti a Figline Valdarno, dove tutti lo chiamano “il Secco”. Il padre ciclista, il nonno partigiano e il rifiuto del pacchetto da dieci... 

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FIGLINE VALDARNO. Enzo, il barista, è da sempre il suo il fornitore di fiducia di sigarette: rigorosamente marca Merit, quelle che il tecnico della Juventus macina senza sosta (ma non più in panchina). Quella volta che Enzo era rimasto sprovvisto del solito pacchetto, «ce l’ho solo da dieci», il suo amico Maurizio gli sibilò sottovoce: «Codeste le fumavo alle elementari».

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ENZO E LA CASA DEL POPOLO

Enzo Bernardoni è “un gobbo” in una terra ad alta concentrazione viola, oltreché barista della Casa del Popolo di Matassino, dove - quando può - fa tappa Maurizio Sarri. Sempre meno, purtroppo, per una questione, come dire… di ordine pubblico.

Finché allenava a Empoli, e non era ancora un peesonaggio di portata planetaria, di Maurizio poteva trattenersi tranquillamente sul marciapiede a fumarsi in pace la sua sigaretta, scambiando due battute tra gli amici di sempre. Poi con i successi di Napoli sono iniziati, per così dire, i guai. «Appena lo vedevano, la strada qui davanti si intasava di auto – racconta Enzo - Una volta per salvarlo dal caos che si era creato, l’ho dovuto nascondere nel magazzino del mio bar. Quando finalmente Maurizio è potuto uscire, aveva già una sigaretta pronta sulla mano destra e un’altra nella mano sinistra».

In questi giorni Enzo il gobbo aspetta che il suo amico Maurizio ricompaia sulla porta della Casa del Popolo. «Cosa gli dirò? Semplicemente: bentornato Maurizio, ora siamo in due, gobbi». Qui nessuno si sente tradito dalle sue scelte professionali. Maurizio, detto “Il secco” per la figura esile che aveva durante gli anni giovanili, resta l’amico di sempre anche se allena il Napoli o la Juve.

Il piccolo mondo di Maurizio Sarri, per il quale provava tanta nostalgia durante l’anno trascorso nel grigio dello Stamford Bridge, si snoda lungo la valle del torrente Resco, un affluente dell’Arno che scende dai monti del Pratomagno. Accanto al ponte sul Resco, in frazione Matassino, c’è l’edicola dove Maurizio compra i quotidiani sportivi. Dieci metri più in là, la Casa del Popolo dove Enzo gli procura le sigarette.

Quattro chilometri più su, c’è l’altro ponte sul fiume Resco, quello della frazione Vaggio. Dove il fiume rumoreggia in una piccola cascata, si trova la vecchia casa dove Maurizio Sarri abita con il padre Amerigo. Ancora per poco, perché tra qualche mese Maurizio, insieme alla moglie Marina e al figlio Nicolé, si trasferirà nella nuova villa in costruzione sulla collina di Castelfranco di Sopra.

I' FIGLIOLO DI' PARAPEI

Per mezzo secolo in questa terra di confine tra Firenze e Arezzo, il Sarri famoso nello sport era proprio il padre, chiamato dai tifosi dell’epoca “Il Parapei”. In Valdarno, per molti anni, Maurizio Sarri era conosciuto soltanto come “i’ figliolo di’ Parapei”.

Poi le cose si sono invertite. Ora i giornalisti sportivi cercano babbo Sarri solo per avere notizie sul figlio allenatore, per lo più ignari che Amerigo era un ciclista affermato negli anni Cinquanta: un passista-scalatore, con una trentina di vittorie ottenute tra i dilettanti. Poi disse no a Gastone Nencini che lo voleva tra i professionisti.

Il papà di Maurizio decise di finirla lì con il ciclismo: un’impuntatura, questione di carattere. Già, il carattere spigoloso e orgoglioso che da generazioni caratterizza i Sarri del Valdarno. Gente tosta, da sempre. Se ne accorse anche l’ufficiale americano che nell’immediato dopoguerra fu inviato in Italia dal governo degli Stati Uniti per consegnare un cospicuo assegno in dollari a Goffredo Sarri (il nonno di Maurizio), il quale, beffando i soldati tedeschi in ritirata, era riuscito nell’impresa di salvare due avieri statunitensi che si erano lanciati dall’areo in fiamme. «Mio padre – racconta Amerigo Sarri – stracciò in mille pezzi quell’assegno, dicendo: non l’ho fatto per i soldi, ma perché era mio dovere salvare due uomini. Di fronte a quel gesto nobile l’ufficiale americano si mise a piangere come un bambino, davvero commosso. Non credeva che potessero esistere uomini così».

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