Il presidio
Ascesa e caduta della Mens Sana Tranquillo “scopre” il caso Siena
Ascesa e caduta. Un classico dello sport. Altare e polvere. Se c’è un caso emblematico, quello è il Siena basket. Passato in pochi mesi dalla gloria, dagli scudetti in serie, dalle finali di Eurolega alla vergogna dei tribunali, delle perquisizioni, dei titoli cancellati. Una parabola che uno dei più grandi giornalisti italiani di basket, Flavio Tranquillo, storica voce di Sky, ha riassunto nel suo libro «Time Out, ascesa e caduta della Mens Sana o dello sport professionistico in Italia», in cui Tranquillo ripercorre la parabola della Montepaschi Siena, fallita nel 2014 e ancora al centro di un controverso caso giudiziario dopo essere stata la squadra dominatrice del movimento nazionale degli anni duemila, capace di vincere – al netto dei titoli revocati – 6 scudetti, 3 coppe Italia, 6 supercoppe italiane e una Coppa Saporta, annoverando anche 4 partecipazioni alle Final Four di Euroleague (è tutt’ora l’ultima squadra italiana ad esserci riuscita, nel 2011). Flavio Tranquillo ha preso in mano questa storia, colpevolmente dimenticata e trascurata dai media in questi ultimi anni, mettendo insieme freddamente, da cronista e senza dare giudizi, una montagna di atti, dati, dichiarazioni dei protagonisti per fare chiarezza sui tanti aspetti ed episodi di un epopea presto passata dal campo e dalle magie di grandi campioni alle aule di tribunale, tra bilanci truccati e conti correnti nascosti.
«Mi sembrava un atto dovuto ragionare su un evento così eclatante e di cui si è parlato troppo poco rispetto alla valenza paradigmatica che ritengo abbia - ha detto Tranquillo proprio a Siena, alla presentazione del libro - ricostruendo quello che sono stato capace di ricostruire, spero di aver offerto un servizio a quelli che un’opinione vogliono farsela partendo dai fatti, e non dai riassunti, dalle semplificazioni o dalle opinioni. Personalmente - ha aggiunto - credo di fare parte di quel sistema mediatico che ha ignorato segnali, semplificato situazioni e poi buttato tutto nel dimenticatoio. Non si può e non si deve, il nostro lavoro ci impone di fare delle scelte e di affrontare anche questioni complesse. Io ho provato a farlo con il massimo del rispetto e del rigore di cui sono capace. Il mio giudizio sulla vicenda? È riassunto dalla frase simul stabunt simul cadent. Lo dico avendo proposto una lettura comparata delle due vicende, che mi pare avvalorare la plausibilità dell’ipotesi. Il punto è che, come in molte altre situazioni analoghe, si dipende da un soggetto che non ne fa una questione di conseguire ritorni, e quindi non investe in senso proprio. Al di là, appunto, delle responsabilità penali, questo è un business model insostenibile per definizione». —
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