Dainelli dice basta: «Negli occhi ho Fiorentina-Liverpool»
Il difensore chiude con il calcio dopo 446 partite in Serie A: «Quella notte di Champions con i viola mi dà ancora i brividi Un grazie a Mazzone e Malesani»
LIVORNO. Scarpette al chiodo. Fine di una bellissima storia di calcio scritta da un (ex) ragazzo come tanti, partito da Pontedera con il sogno di diventare calciatore e arrivato vent'anni dopo a Livorno dove ha chiuso una bella carriera. La Toscana omaggia Dario Dainelli dà l'addio al calcio, dopo 446 presenze in serie A, una in Nazionale e 17 in serie B, l'ultima il 5 maggio in Livorno-Carpi 1-0.
SERENITÀ. Per la verità la decisione di smettere, l'ex difensore della Fiorentina, l'aveva presa un anno fa: «Poi i miei amici Cristiano Lucarelli, Ciccio Valiani e Alino Diamanti mi hanno fatto recedere e mi hanno convinto a dare una mano al Livorno e ad allungare questa storia d'amore con il pallone. Ora sono molto sereno anche se già so che mi mancheranno lo spogliatoio, l’amicizia con i compagni di squadra».
IL SEGRETO. Dainelli rivela il suo personale elisir di lunga vita da calciatore: «La passione, l'amore per questo lavoro. La voglia di stare in gruppo. Amicizia? Nel calcio c'è. Oltre a Diamanti e Valiani, penso a Luca Toni, con cui ho giocato dieci anni, a Gamberini, Gobbi, Zauri, Tutti ragazzi con cui ho legato fin dall'inizio». E sul piano tecnico? «Sono sempre stato un giocatore di letture difensive, più che di esplosività. Me me la sono cavata». Questione di intelligenza tattica, questione di allenamenti a cui si è sempre presentato per primo, finendoli poi per ultimo.
GIORNI INDIMENTICABILI. Leonardo Pieraccioni sostiene che nella vita di un uomo ci sono giorni storici e che gli altri fanno volume. Dainelli impiega un minuto a individuare i primi: «Quello del debutto in serie A in Roma-Lecce nel 2001. Quattro mesi dopo loro avrebbero vinto lo scudetto. Ricordo che l'Olimpico era pienissimo». E l'altro è il racconto di una vetta altissima: «Fiorentina-Liverpool di Champions. Loro erano campioni in carica. Il giorno prima li guardavamo come fanno i bambini con i grandissimi. E invece vincemmo 2-0. Io ero il capitano. Mi vengono ancora i brividi a ripensare allo scambio di gagliardetti con Gerrard, bandiera dei Reds».
GLI ALLENATORI. Dainelli ne ha avuti tanti, ma ne cita due: «Mazzone. Con i giovani era un martello. L'ho avuto all'inizio della carriera ed è stato decisivo perché ha temprato il mio carattere. E poi Malesani, più spensierato, ma fondamentale nel migliorare la mia tecnica».
LIVORNO. L'ultimo capitolo della sua carriera è scritto con inchiostro amaranto: «Ho dato tutto quello che avevo. Peccato per gli infortuni, ma sul piano mentale è stata una stagione faticosa. Lascio con il sorriso perché ci siamo salvati e perché ho fatto parte di un gruppo eccezionale». E da grande che farà? «Mi piacerebbe seguire un corso da allenatore o dirigente per poi capire quale strada intraprendere».
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