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Esportiamo bellezza, ma viviamo di stenti: ecco il calcio toscano che non decolla

Giorgio Billeri
La delusione di un giocatore del Viareggio per la retrocessione in Eccellenza (foto Editoriale Report)
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La delusione di un giocatore del Viareggio per la retrocessione in Eccellenza (foto Editoriale Report)

La notizia che origina questa analisi è la retrocessione del Viareggio dalla serie D all’Eccellenza. Dal sottoscala del calcio al sottosuolo

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Esportiamo piedi, strategie e bellezza. Siamo la Toscana dei grandi allenatori, che vincono scudetti (Allegri), inseguono sogni europei (Spalletti), riuniscono un popolo sotto un vessillo orgoglioso (Mazzarri), predicano verbi nuovi in casa dei maestri (Sarri). Siamo la musicale tecnica di Bernardeschi, il dottorato difensivo di Chiellini, la classe senza fine di Buffon. Siamo la Toscana del calcio, che tra l’altro ha prestato all’italico pallone uno come Paolo Rossi che ci ha fatto trascorrere notti insonni a mollo nelle fontane. Esportiamo bellezza, ma viviamo di stenti: due piatti della bilancia che sono un inno al disequilibrio.

La notizia che origina questa analisi è la retrocessione del Viareggio dalla serie D all’Eccellenza. Dal sottoscala del calcio al sottosuolo. Laddove nacque Lippi, dove nacquero le stelle Di Natale e Pavoletti, dove il funambolo Mendella preconizzava la serie A sono rimaste solo macerie. Niente società, lo stadio ridotto a una traballante ombra della gloria che fu, una città di 62 mila abitanti senza calcio, o quasi. A Massa, pochi chilometri più a nord, stesso destino: retrocessione a marzo, una squadra di ragazzini mandata al massacro, il club da reinventare dopo la lunghissima era-Turba. Massa fa 82 mila abitanti, come Frosinone. La Toscana degli stenti. Come a Grosseto, squadra che si è riaffacciata alla D dopo il purgatorio, anche in questo caso, dell’Eccellenza. E che dire di Lucca? Una storia intrisa di nobiltà, da Erbstein alla militanza in serie A, che tramonta con oltre 20 punti di penalizzazione, i giocatori che si lavano le maglie e un futuro legato a un filo, aspettando un mecenate che difficilmente arriverà. E ancora, Prato (quasi 200 mila abitanti), in serie D e senza stadio, costretta ad emigrare a Montemurlo. Piombino  (33 mila anime) e Cecina (28 mila) in Promozione, a giocarsela l’anno prossimo con i paesini e le frazioni. Un tormento infinito.

La Toscana che insegue la sfera di cuoio è rimasta in mezzo alla strada. Da quando il mecenatismo, piccolo o grande, è tramontato, da queste parti sono stati soltanto fallimenti, crisi, cancellazioni, retrocessioni. I Maestrelli, i Camilli, i Toccafondi i soldi comunque ce li mettevano, anche se erano ferocemente contestati, alla toscana . Oggi a nessuno conviene spendere senza ritorno, gettare risorse nel calcio senza vantaggi:  la prima regola dell’imprenditore è guadagnare, e vale anche nello sport.  Così si naviga a vista, guardando l’oggi e non il domani. Spinelli a Livorno, Della Valle a Firenze vivono da anni nel mirino delle critiche, bombardati quotidianamente da offese e striscioni ma se un giorno loro (e succederà), ultimi mecenati veri, decideranno di staccare la spina dalle parti del Picchi e del Franchi sarà grigia. Corsi ad Empoli rappresenta un raro esempio di virtù applicata al bilancio. Carrara si regge sull’intervento dei grandi del marmo, anche Pistoia sopravvive, ma con quali orizzonti?

Esportiamo bellezza e saggezza ma non vinciamo più niente. Fiorentina fischiata, Empoli in lotta per evitare la B, Livorno salvo all’ultima giornata. Pisa e Carrarese, lampo di azzurro nel grigio, si stanno giocando almeno i playoff. Pistoiese salva a stento, della Lucchese abbiamo detto. Sotto, lo sfacelo. Dovremmo importare risorse economiche, gente che ha voglia di investire, anche nei nostri stadi che ormai sono reperti archeologici. Facendo leva anche sul nostro territorio, sulla bellezza, sulla passione dei  nostri tifosi. Una remuntada, insomma: gli inglesi hanno dimostrato che, volendo, si può.

 

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