Il Tirreno

Sport

Non sono solo diritti e rovesci

Fabrizio Brancoli
Arrigo Conti (foto di Carlo e Francesco Rosellini)
Arrigo Conti (foto di Carlo e Francesco Rosellini)

La lezione e l’eredità morale di Arrigo Conti, il primo italiano a diventare maestro di tennis prima della maggiore età. I gesti, l’esempio, la storia di una comunità di giocatori

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Il tennis è un fenomeno asimmetrico e incoerente, prigioniero di ogni refolo di vento e di ogni cambio d’umore di chi lo gioca. Inseguite le certezze, amate gli schemi di causa-effetto? Allora lasciate perdere questo sport. È delicato come le ali di una farfalla, e come quelle ali ha traiettorie incerte, non si sa dove portano. Ha equilibri precari e sovvertimenti diabolici. Si presenta con una certa geometria nitida: il campo ripartito in due, le righe squadrate e gli angoli retti, la rete tesa a metà, la dolce perfezione della sfera che deve essere colpita, i quadretti delle corde sulle racchette. Ma è un inganno. Il tennis è una storia storta e sbilenca, con trame sbilanciate e imprevedibili. Puoi vincere anche se fai meno punti del tuo avversario: non accade neanche troppo di rado. Il punteggio è un po’ assurdo, ci sono dei punti che valgono tutti uguali ma i primi due sono 15 e 30, invece il terzo, proprio mentre la logica ti suggerirebbe 45, è un 40, chissà poi perché. E lo sapevate che la rete, che sembra così dritta e rassicurante, in realtà ha altezze diverse a seconda di dove si trova, nel campo? È un contesto dodecafonico, con strane assonanze: tipo che in un gergo curioso si sostituisce “zero” con un anglofono “love”, che nel vocabolario universale significherebbe amore, e che qui invece è solo la memoria di una parola francese che vuol dire “l’uovo”, appunto, una forma come lo zero. Insomma c’è un uovo, c’è uno zero e poi irrompe l’amore, perché l’amore irrompe sempre, ma qui lo fa in una specie di estetica punk secondo la quale l’amore equivale al niente e insomma, questa cosa non si era mai sentita prima, ammettiamolo.

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In tutto questo tumulto uno come Arrigo Conti ha avuto il merito di portare un contributo di serietà e di rigore, come se Jackson Pollock perdesse al terzo set contro Piet Mondrian in una finale dello Slam, e per una volta la precisione di certe linee essenziali prevalesse sull’arte confusa e casuale generata da schizzi di vernice che invadono random una tela. Arrigo Conti _ il primo italia a diventare maestro di tennis da minorenne, in Italia, nel 1939 _ è vissuto a Montecatini Terme insegnando a molte generazioni. Lui era come Mondrian: amava le cose pulite, i gesti candidi e rotondi, la ricerca della palla, il piegamento armonico delle braccia, la sintonia dello sguardo con il movimento. Sfidava le leggi del caos.  

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Entro nei locali del circolo Casina Rossa, dove a Montecatini Terme si avvia la salita che porta a Montecatini Alto. Ritrovo Arrigo lì, nelle foto in bianco e nero di Carlo Antonio Rosellini e del figlio Francesco, con la sua racchetta di legno e la pelle abbrunita da migliaia di giornate al sole, un cappellino leggero come unico scudo. Un giorno la figlia, Annalisa, ha aperto per alcune amiche una valigia di legno: era quella che Arrigo aveva portato a Roma per diplomarsi alla scuola nazionale maestri. Dentro c’era un pezzo della vita di quest’uomo speciale: fotografie, documenti, telegrammi, tabelloni di gara, lettere, biglietti, contratti, tutte quelle cose che con un certo fare pomposo descriviamo talvolta come “memorabilia”. Annalisa, insieme a Cinzia Silvestri, Paola Pazzaglia e Lelia Bellandi, più l’aiuto di Carlo Sostegni, Sergio Cafissi, Arillo Bracali e del collezionista Paolo Bresci, hanno deciso di allestire una mostra per far entrare molti di noi montecatinesi nell’abitacolo di una macchina del tempo, e viaggiare verso quell’epoca in bianco e nero, quando Romy Schneider o Spencer Tracy (in verità un po’ brillo, andò in campo indossando dei paradossali pantaloni lunghi gessati) palleggiavano nervosi o sereni tra i cipressi e gli stucchi liberty del club. Le donne con i cappellini e i parasole, gli uomini in pantaloni lunghi, quale eleganza signore e signori, quale eleganza. Era il circolo dell’élite, voluto da una famiglia nobile ma anche contaminato, virtuosamente, dalla tensione democratica di un maestro che si impose per organizzare, finalmente, dei corsi collettivi di tennis. Il tennis per tutti, insegnato dal figlio di un contadino che si era presentato a nove anni in quel circolo, raccattapalle per i ricchi giocatori, un bambino, un progetto d’uomo ma con le idee chiare, al punto da discutere col padre, strappandogli il patto di poter coltivare il suo sogno: quello di diventare un professionista di quello sport. E insegnarlo.  

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Racchette di legno da nomi leggendari, corde in budello, epistolari su gesti tecnici e accordi di gestione: i divi del cinema, gli aneddoti, Nicola Pietrangeli che scolpisce un rovescio goniometrico, Adriano Panatta imponente e bellissimo come un atleta di Mirone. Poi la foto di quei corsi “per tutti”, con una dozzina di tennisti schierati con cura sul campo, come in una coreografia di Broadway, pronti a danzare verso il futuro. “Per ottenere l’autorizzazione a fare quelle lezioni _ mi racconta Annalisa _ mio padre dovette fare delle promesse solenni: i suoi ragazzi avrebbero sempre vestito di bianco e che si sarebbero sempre comportati da gentlemen in campo, senza imprecare, senza gridare, con lealtà e correttezza”. Più che un maestro era un precettore. Era il padrone del campo numero 3 del Circolo Tennis della Torretta e, a forza di gridare “guarda la palla!” ha sfornato un campione (Piero Toci, a lungo numero 5 d’Italia e vincitore contro top ten dell’epoca come Orantes o Alexander), molti buonissimi giocatori e tante schiappe, ma proprio tante, che però poi nella vita si sono trovati bene e forse hanno imparato un approccio serio alle cose: quello dell’impegno. Credo che questo valga anche per me, che pure non mi destreggiavo bene a rete, nel rovescio di attacco o al servizio. Non avevo la sensibilità per giocare una palla corta incrociata ma probabilmente, con un percorso sotterraneo tipico della didattica di eccellenza, ho imparato che comunque una sensibilità serve, magari da tirare fuori in qualcosa di diverso da una partita di torneo. È la lezione della serietà. “Guarda la palla”... io la guardavo e non serviva a molto; però mi piace pensare che quell’esortazione poi mi sia rimasta addosso, come il monito di chi ti sprona a concentrarti su qualcosa, a tenere lo sguardo fermo su quello che desideri, che vuoi o che sogni. Così io e centinaia di bambini poi adulti abbiamo guardato la palla e l’abbiamo colpita, sempre, senza paura, con lealtà, cercando costantemente i gesti giusti. Non è stata una questione di vincere o non vincere: era più importante giocare con un certo stile.  

Paolo Lippi è il marito di Annalisa, genero di Arrigo e della compianta moglie Loretta. Mi guida verso una bacheca di foto. “Ho iniziato tardi, avevo vent’anni e certo non sono stato un gran giocatore, ero uno normale _ mi racconta _ ma ricordo bene una cosa. Quando giravamo per la Toscana per giocare i tornei a squadre, arrivava spesso qualcuno, a bordo campo, che esclamava: questi sono di Montecatini, sono i ragazzi del Conti, si vede da come giocano. C’era una firma subliminale, in quel modo di colpire, forse poco ad effetto, forse anche troppo “pulito” e poco insidioso, ma preciso e accurato. Era la firma di Arrigo, prima che arrivasse il top spin o che il rovescio a due mani entrasse nel tennis così come il rock aveva fatto nella musica leggera. Ad Arrigo piacerebbe Roger Federer, di certo: la sua tecnica senza pecche, la classe che mette in ogni momento, in tutto, dal colpo più spettacolare al modo con il quale attraversa il campo per sedersi a riposare. “Potremmo raccontare la storia di questo piccolo circolo tennis e del suo grande maestro di in dieci saloni, invece che in queste stanze, da quanto materiale abbiamo”, mi spiega Paola Pazzaglia. Non ne dubito, e aspetto nuovi sviluppi. 

Nel frattempo la mostra della Casina Rossa è finita e le sue ragazze senza tempo hanno raccolto una bella cifra per contribuire al restauro di una magnifica fontana di Sirio Tofanari alle Terme Tettuccio. Ma la valigia di legno del mio vecchio maestro è stata aperta. E in un certo senso non si richiuderà più.

 

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