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Le racchette al posto delle spade: gli Iberi e l'onore delle armi

Le racchette al posto delle spade: gli Iberi e l'onore delle armi

Anatomia degli istanti che hanno concluso la partita tra Rafael Nadal e David Ferrer. La cavalleria del vincitore, l'omaggio allo sconfitto che sta per ritirarsi dalla carriera agonistica. E quel legame ancestrale che spunta quando certe battaglie sono finite

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Giorni fa ho visto un piccolo gesto compiuto da Rafael Nadal a Barcellona e mi è rimasto addosso, come un segno, come un’orma sulla terra rossa. Non si tratta di una cosa epica: è davvero un piccolo, impercettibile comportamento.
Vediamo di apparecchiare bene questa storia. Dunque, Nadal gioca gli ottavi di finale a Barcellona contro uno dei suoi storici avversari, David Ferrer. Se Rafa è una specie di supereroe, capace di incidere il suo nome sullo scudo di platino della storia dello sport, Ferrer è un campione, giunto al numero 3 del mondo e unanimemente riconosciuto come uno dei più forti e corretti interpreti degli ultimi vent’anni. Com’è noto a tutti gli appassionati, David sta per ritirarsi, questo era il suo penultimo torneo (a Barcellona è arrivato anche quattro volte in finale, arrestato come al solito da Rafa) e chiuderà la carriera tra pochi giorni a Madrid. Nei sedicesimi ha giocato bene eliminando a sorpresa Pouille, in una versione tennistica del canto del cigno. Ma Nadal, signori, è Nadal. Insomma, va in scena un duello dove c'è più emozione che incertezza.

Nadal, infatti, vince in due set abbastanza facili: 63 63.

Finisce la partita e, per uno di quei fattori emotivi che rendono il tennis speciale, il protagonista non è il vincente, ma il perdente. Nello stadio di Barcellona tutti guardano Ferrer. La televisione però ha delle regole asettiche e la regia, per così dire, è meno empatica del pubblico in tribuna. Come robot estranei ai sentimenti, le telecamere innescano il solito rituale. E cioè: campo lungo per riprendere lo scambio finale (un diritto inside-out di Ferrer termina in rete), poi inquadratura da metà campo per la stretta di mano e l’abbraccio tra i contendenti, infine soggettiva sul vincitore. Costui, nella liturgia del circuito, fa sempre, e dico sempre, la stessa cosa: si dirige verso la sua sedia, vi sosta per qualche istante e poi si dirige di nuovo verso il centro del campo, stavolta da solo, per salutare la folla e ricevere il tributo degli applausi. Nell’allegoria tennistica questo è il momento nel quale il campo cessa di avere due padroni: ora ne ha solo uno.

Nadal, questa cosa, non la fa. Spezza il rito, lo rovescia. Va alla sua sedia e si ferma lì, non guadagna il centro del campo. Lascia il proscenio all’avversario nobile, lo sconfitto. In questo modo, senza parlare, dice a tutti: «Il protagonista oggi è lui». Insomma gli rende onore. Poi lo stadio esplode d’affetto per David Ferrer, che se lo merita.

Ecco la scena:

L’onore delle armi è un riconoscimento militare e cavalleresco, che si porge agli sconfitti da parte dei vincitori. All’armata sconfitta è consentito di sfilare in rassegna davanti a una rappresentanza dell’esercito vittorioso, schierata nelle condizioni più formali e prestigiose tra quelle possibili in quel momento, direttamente sul campo dove si è svolta la battaglia. L’armata battuta è disarmata ma al suo comandante si decide di lasciae ugualmente la sciabola, segno di guida; gli sconfitti mantengono anche la loro bandiera «impennata, cioè sventolata come d’ordinario e non ammainata né abbrunata». E l’esercito che ha vinto esegue il famoso “presentat’arm” come segno di rispetto.

Ho navigato un po’, in cerca di nozioni sulle origini di questo rito, e ho scoperto una piccola, interessante cosa: l’onore delle armi nasce in epoca romana, tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, preteso e ottenuto da un popolo preciso, dopo essere stato conquistato da Roma. E sapete qual era questo popolo? Gli Iberi. Quindi gli antenati di Nadal e Ferrer.

Rafael Nadal non è nuovo a questo genere di cavallerie. Nell’ultimo Wimbledon il suo abbraccio con Juan Martin Del Potro, dopo un duello sfibrante e feroce, ha fatto epoca. Quando giochi, vuoi travolgere il tuo avversario, lo aggredisci mentalmente, lo raggiri con la tattica, lo colpisci nelle sue debolezze. Quando hai vinto, però, tutto è diverso perché il nemico, se si è battuto a testa alta, all’improvviso lo senti come un tuo fratello. Ha il tuo stesso sangue, è il sangue della passione. Comprendi, di colpo, la sua tristezza. Non è più alieno rispetto alle tue emozioni: è complementare. È necessario. Capisci che senza di lui tu non saresti niente; è la sua sconfitta, il suo onore, a dare un senso alla tua vittoria.

(Qui un altro abbraccio, in un altro sport, che mi pare possa essere coerente con questo ragionamento).

Tornando al tennis. Rafael Nadal negli ultimi tempi ha sperimentato una condizione che non gli è pertinente: quella dell’essere vulnerabile. Ha perso con Fognini a Montecarlo, poi con Thiem proprio a Barcellona. Improvvisamente non è invincibile, non è al meglio fisicamente, qualcosa nel suo assetto perfetto si incrina. Non credo che sarà una caduta verticale: troppo spesso sottovalutiamo i cuori dei campioni, io certo non lo farò. Lo vedremo vincere ancora. Ma in questo periodo sta affrontando il fiele della sconfitta, lo spogliatoio vuoto e silenzioso, il trionfo che ti respinge. Anche per questo è bellissimo vedere come si comporta quando il verdetto gli sorride.

Questa storia l'abbiamo dentro, tutti, basta accorgersene. È ancorata in profondità, è un relitto sommerso. Il vincitore e il vinto; la vita e la morte che non possono ignorarsi e allora conversano in bilico sul crinale del destino. È una storia che ci appartiene. E basta un minuscolo gesto, come quello accaduto a Barcellona, per riportarla in superficie.
 

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