Italia
Il guerriero e il poeta: la partita che iniziò e non finì
Monte-Carlo 1981, finale tra Connors e Vilas: cinque pari, 0-15 e poi niente. Una tempesta conclude il torneo e non risolve il duello. Dovevano rigiocarla. Invece rimase lì, nella storia del tennis, come un destino sospeso
La cosa più brutta che può accadere a una partita di tennis è quella di non concludersi. Questo è un gioco che esige un vincitore, è un sistema binario che a un certo punto impone una svolta, o di qua o di là, o tu o io. Qualcosa che dirima. Il pareggio nel tennis è una roba contronatura, è come un talk-show politico in tv senza liti e strilli, o come un rapporto tra gentlemen per le tifoserie di calcio: semplicemente non può esistere. Ma siccome le regole hanno eccezioni, anche nel tennis può finire in parità. È rarissimo che succeda per una finale. Ma non è impossibile; e io posso testimoniarlo.
La colpa è della pioggia. Anzi: della pioggia, della primavera e di me che sogno di vedere giocare dal vivo i campioni. La combinazione meteo-sfiga più devastante. Era la primavera del 1981 e i miei genitori mi portarono a vedere quel torneo; il torneo che non finì.
Sul sito ufficiale dell’ATP c’è scritto che Guillermo Vilas e Jimmy Connors, due mostri sacri, si sono incontrati dieci volte in match ufficiali. Cinque volte ha vinto Jimmy l’irascibile, quattro volte ha vinto Guillermo, il poeta del top-spin. La decima sfida non ha un esito. Fu giocata a Monte-Carlo il 20 aprile 1981, giorno di Pasquetta, dopo una serie di rinvii. Ma a un certo punto si mise a piovere ed è un po’ come se quel temporale non fosse più finito. L’arbitro fermò il gioco dopo cinquantacinque minuti, sul cinque pari del primo set, 0-15 sul servizio dell’argentino; dopo un po’ di tempesta fu chiaro a tutti che quel giorno non si sarebbe più giocato. Vilas era quasi un padrone di casa perché lui, nato a Buenos Aires, in realtà viveva da anni nel principato. E su quei campi, sulla terra rossa, si trovava alla perfezione. Connors invece sul rosso non era fenomenale come su altre superfici ma quell’anno era in gran forma e nel torneo aveva battuto diversi specialisti di valore: al primo turno Corrado Barazzutti, poi Pascal Portes, Yannick Noah e in semifinale l’ungherese Balázs Taróczy. Quest'ultimo in due giorni, sempre per il maltempo. Dall’altra parte del tabellone era sparito subito il primo favorito, Björn Borg. Lo aveva fatto fuori Victor Pecci, il bel paraguaiano che due anni prima era stato finalista a sorpresa a Parigi, fermato proprio da Borg. Pecci poi aveva perso con Panatta e Panatta si era arreso in semifinale a Vilas, naufragando improvvisamente dopo un torneo eccellente. Era un aprile umido e scorbutico, la costa era meno azzurra del solito e il maltempo aveva inzuppato i campi, in quella palude Adriano trovò le sue sabbie mobili e fu preda dell’agguato di Vilas, l’arrotino mancino che amava la lotta e i rimbalzi alti. Lo infilzò con i passanti e i lob.
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Vilas e Connors erano due guerrieri e non amavano spartirsi la posta in palio: ognuno dei due era convinto di poter battere l’altro. E del resto il tennis non è preparato ai pareggi. Il pareggio è un virus che irrompe nel sistema e lo destabilizza, con violente crisi di rigetto.
Scrive la Stampa il 21 aprile del 1981, all’indomani della partita interrotta: «I due giocatori, che non sono impegnati nel successivo torneo di Las Vegas (montepremi 300 mila dollari), si erano detti disposti a prolungare di un giorno la loro permanenza nel Principato per proseguire oggi la loro accesa sfida, con il parere favorevole del supervisor: ma gli organizzatori, appreso dall'ufficio meteorologico che il tempo non sarebbe migliorato, hanno preferito concordare con i due giocatori la ripresa del match a più lunga distanza. È stato cosi concordato con Vilas e Connors che il match di finale sarà portato a termine solo dopo gli internazionali di Francia al Roland Garros: vale a dire lunedi 8 giugno se i due non dovranno disputare la finale, oppure martedi 9 se uno dei due avrà disputato la finale. Logicamente si riprenderà il match con il punteggio sin qui acquisito». Ma questo meccanismo non funzionerà. A Parigi i due si areneranno nei turni intermedi (Vilas sconfitto negli ottavi da Noah, Connors nei quarti da Clerc) ma la famosa finale sospesa di Monte-Carlo non riprenderà più.
A distanza di trentotto anni, quei giorni a Montecarlo io ricordo tutto. Come ero vestito, dove siamo stati nel Principato, dove eravamo a sedere, ricordo quanto batteva la pioggia sulle tribune, Connors con un gilet blu che piega Taróczy in semifinale con un set facile e uno difficile, Vilas con il suo enorme, mitologico braccio sinistro, Bertolucci con Panatta in doppio, i tanti giocatori che avevo ammirato da ragazzi alla Coppa del Galea di Montecatini (Noah, Günthardt, Moretton, Portes, Ocleppo, Clerc, Luna…): avevo fatto il raccattapalle per loro e ora li rivedevo in campo in un torneo così grande. Ricordo una foto, io e la mia amica Sandra, scattata dai nostri padri: dopo la grande pioggia avevamo trovato in un angolo cartelli del grande tabellone segnapunti di legno e cartone, con i nomi di Connors e Vilas, e li mostravamo come per ricreare la finale che non avremmo mai visto…
Forse però se ricordo tutto, e così bene, è proprio per via di quel tennis aperto e non chiuso, arrestato come in un fermo immagine che sarebbe rimasto nella storia.
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Che cosa abbiamo perduto? La possibilità di portare a quota dieci le sfide tra due antagonisti magnifici. Jimmy Connors era un rissoso e indomabile campione. Guillermo Vilas amava colpire la palla facendola rullare su se stessa e imprimendole effetti impensabili. Entrambi mancini, uno loquace e l’altro silenzioso; due vulcani attivi, uno che erutta verso il cielo e l’altro che gorgoglia nelle viscere della terra. Jimmy imprecava e gasava il pubblico. Guillermo invece scriveva poesie e seduceva bellissime donne. Un cronista impertinente di Paris-Match nel 1982 lo avrebbe pizzicato in una vacanza bollente sulle spiagge di un’isola del Pacifico con Carolina di Monaco, figlia di Ranieri e Grace Kelly. La storia fece il giro del mondo ma durò poco, non si sa per quale motivo. L’unica cosa nota che resta di quell’amore tra il fuoriclasse e la principessa è, appunto, una poesia scritta da Guillermo e resa pubblica. “Tu sei partita, e io sono restato nudo e triste come un albero senza rami”. Come la Costa Azzurra senza il sole. Come una partita di tennis che inizia ma non finisce.
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