Il presidio
La solitudine dietro la racchetta: i giocatori raccontano dolori e riscatti
Le pagine di un collega, Noah Rubin, diventano un diario interiore. «Mio padre in carcere, vivevo senz’acqua...»
fabrizio brancoli
Nathan Pasha (144 del mondo) è stato cresciuto solo dalla madre. «Mio padre esisteva ma non c’era, non c’è mai stato. Quando avevo 13 anni ho assistito al processo che l’ha condannato per una truffa immobiliare; è rimasto in carcere per buona parte della mia infanzia e nel frattempo le nostre condizioni erano pessime. Per due anni abbiamo vissuto senza acqua corrente né riscaldamento, non c’erano soldi per andare avanti con il tennis, per consentirmi di viaggiare. Ma vincevo: ero il migliore in tutti gli stati del Sud, per la mia età. E mia madre non si è mai arresa: per me e per i miei fratelli è stata uno scudo invincibile». Lei lo ha reso serio, determinato, disponibile al sacrificio: per questo, per esempio, i coach accettano di allenarlo a costi più bassi del dovuto. «La povertà _ racconta Nathan _ non ha danneggiato il mio tennis. Le esperienze della vita mi hanno reso la persona che sono oggi».
Questo non è l’estratto di un’intervista. Niente è mediato, non ci sono domande né sollecitazioni. È il giocatore stesso a scrivere della sua vita, partecipando a una pagina facebook e Instagram (di fatto un blog) diversa dalle altre. Si chiama Behind The Raquet (dietro la racchetta). L’ideatore, il tennista professionista Noah Rubin (142), sfrutta uno stratagemma iconografico: gli atleti lasciano le loro testimonianze con un ritratto fotografico. Posano appunto con una racchetta che li divide dall’obiettivo. Uno schermo, un diaframma, ma lieve: si vedono bene, i loro volti. La racchetta è un pretesto. Da lì dietro, come protetti, i tennisti parlano delle loro vite. Disagi, sogni, traumi. Non ci sono rovesci lungolinea, né programmi di allenamento. È, piuttosto, un racconto esistenziale.
Darian King (208), uomo-Davis di Barbados, racconta la perdita della madre a 17 anni: «Viaggiavo da solo per i tornei; nelle camere d’albergo il pensiero di averla perduta mi terrorizzava. Quella di sopravvivere al dolore è una battaglia quotidiana».
«Intorno ai dodici anni ho capito di essere gay. Ho vissuto molti anni tra la negazione, la confusione e il tentativo di fingere di essere qualcuno che non ero». Katerina Stewart (287) dietro le corde della sua racchetta racconta una storia di consapevolezza sessuale. E una sofferenza autentica: «Nascondere la mia identità mi ha portato a sviluppare la depressione e questo, inevitabilmente, ha condizionato il mio tennis. Ci ho messo tempo per capire che esiste una vita fuori dal campo; dovevo superare la paura di essere giudicata».
Bradley Klahn (131) è grato a una sconfitta: 2014, primo turno dell’Open di Francia, contro Axel Michon. Bradley era stato dominato nel primo set per 61 ed era sotto tre giochi a zero, travolto da un avversario perverso: gli attacchi di panico. L’avevano aggredito nel viaggio intercontinentale dagli Usa a Parigi: «Nove ore della più grande agonia che io abbia mai provato. Pensavo che ogni mio respiro fosse l’ultimo. Una volta arrivato in hotel, mi rinchiusi in camera e non ero in grado di uscirne; per fortuna alcune persone mi aiutarono». In campo Klahn si riprese appunto dopo per 61 30 e finalmente ritrovò il gusto di giocare a tennis: «Finì che persi al quinto set, eppure uscii dal campo piangendo di gioia perché il panico era passato. Fu un punto di svolta».
Cinque anni fa, lento ma inesorabile, il morbo di Alzheimer aggredisce Jim Kiick. È il padre della ventiquattrenne Allie Kiick (137). L’uomo, un ex running back dei Miami Dolphins nel football americano, è una roccia ma la malattia lo smantella. Con l’Alzheimer Jim imbocca rapidamente quella strada di nebbia, fatta di disorientamento e di memoria che si sgretola. La famiglia di Allie decide di affidarlo a una residenza assistita. Per lei è un trauma, l’ennesimo dopo che aver affrontato e vinto la sfida di un melanoma, dopo quattro interventi chirurgici al ginocchio e dopo un attacco di cuore alla madre. Allie racconta il peso immane che questa cosa esercita su di lei: i sensi di colpa per non stare abbastanza vicino a quello che definisce «il mio eroe», lo strazio di parlare con lui al telefono, da ogni parte del mondo, e sentirlo ripetere compulsivamente una stessa domanda, all’infinito, come un disco danneggiato. «Lui è ancora vivo, eppure in realtà non è qui. Lui era qualcuno con il quale potevo rapportarmi profondamente, rispetto alla vita dello sport professionistico. Ora non più». Eppure va avanti, come una guerriera ferita. Perché Jim nella sua ultima lucidità le ha fatto capire che la vuole in campo, più che al capezzale di una persona assente.
Dietro la racchetta si confessano, condividono dolori e riscatti. Dall’altra parte di quelle corde incrociate, riusciamo a scorgerli. A guardarli negli occhi. E forse a sentire quello che stanno provando.
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