Il presidio
Super Kean, poi Barella, Zaniolo e Chiesa Mancini punta tutto sulla linea verde
La ricostruzione azzurra passa dai giovani leoni, chiamati a garantire la qualificazione ai campionati europei
C’è Moise Kean, c’è la favola lappone della nouvelle vague azzurra – i gol “giovani” sono lì a dimostrarlo –, ma Roberto Mancini non dà l’impressione di stare a pettinare le bambole. È chiaro che il ct punta senza mezzi termini alla qualificazione all’Europeo, dopo il flop mondiale di Ventura qualsiasi altro risultato sarebbe deludente, ma è altrettanto lampante che il Mancio voglia diventare a 45 anni distanza il nuovo Fulvio Bernardini della Nazionale. Ricordate il Mondiale del ’74 con i reduci messicani? Ricordate la ricostruzione azzurra che poi portò al quarto posto in Argentina e quindi al titolo in Spagna nell’82 con Bearzot?
«Sono assolutamente soddisfatto. Abbiamo puntato su Kean perché lo avevamo visto bene nei questi giorni. Avevamo bisogno di un giocatore che ci desse profondità e forza. Barella? Credo che sia una conferma. Gli altri ragazzi hanno fatto tutti bene. Sono contento», ha raccontato Mancini subito dopo essersi messo in tasca i primi tre punti delle euroqualificazioni allo stadio Friuli. 19 anni lo juventino, 22 il cagliaritano doc che tutte le big del calcio italiano vogliono (e non solo, visto i sondaggi di Chelsea, United, Tottenham e Bosussia Dortmund), Kean e Barella sono l’emblema del piano Mancini per rigenerare Azzurra, un piano che comprende anche Zaniolo, fatto esordire nel finale, per una sorta di partita a scacchi di cui fa parte anche il viola Federico Chiesa, linfa vitale per il 4-3-3, per un tridente che deve aggredire gli avversari e aspetta Lorenzo Insigne per chiudere il cerchio. Ma restiamo alle prospettive a lunga gittata, come per esempio al perno centrale della mediana, ora in mano a Jorginho, in futuro – si spera – ufficio naturale del bresciano Tonali, altro millennial in rampa di lancio da ereditare dall’Under 21, sperando che anche i club investano sui giovani per arricchirli a livello di esperienza. Il già citato Bernardini riuscì a ricreare il gruppo grazie questa spinta, Bearzot nel ’78 portò al Mondiale il ventenne Cabrini, i 21enni Manfredonia e Paolo Rossi, i 23enni Tardelli e Pecci.
Futuro e presente. Ora tutti parlano di Kean, nato a Vercelli nel 2000 da genitori ivoriani da 30 anni in Italia, fisico e fiuto del gol alla Didier Drogba. Difficile che trovi molto spazio in questo finale di stagione nella Juventus, tra Cristiano Ronaldo, Mandzukic e Dybala. «Il mister Allegri è sempre stato buono con me, mi ha sempre aiutato nei momenti difficili. Arriverò lì con voglia di imparare come sempre e mi farò trovare pronto». Poi potrebbe finire all’estero: l’Ajax lo avrebbe chiesto per cominciare la trattativa per la cessione di De Ligt. Perché anche la Juventus – come il Mancio – ha capito che i centrali difensivi di talento scarseggiano in Italia. Si vedrà, intanto Kean si gode un mese d’oro. Gol in serie A (due, all’Udinese), gol in azzurro. «È una punta centrale, ma per due-tre anni con il fisico che ha può aiutarci anche sulla fascia», spiega Mancini. «Sì, può giocare con Balotelli, li trovo tutti io», ha sorriso il ct parlando di Mario. «A che età ho avuto la cittadinanza? L’ho avuta appena sono nato, sono nato qua e i miei genitori erano qui da più di 30 anni. Cosa ne penso? Bisogna trattare tutti come italiani, non c’è diversità. Siamo tutti nello stesso Paese».
Possibile che Kean sia titolare anche a Parma, contro il Liechtenstein. Prima di lasciare Udine, l’Italia ha fatto un allenamento top secret dove il Mancio ha cominciato a sistemare le pedine per la seconda tappa della qualificazioni europee, partita da vincere a tutti i costi e aspettare serenamente la risposta del campo da Zenica, dove si affronteranno Bosnia e Grecia, le altre due squadre vincenti della prima giornata. Il ct non avrà Stephan El Shaarawy e Cristiano Piccini, vittime di acciacchi che li hanno messi fuori causa, ma battere il Liechtenstein non pare impresa ardua. Tanto che i vertici federali si concedono la distrazione dell’affare cinese. Il presidente Gabriele Gravina ha escluso che possa essere giocata una gara ufficiale della Serie A in Cina, come chiedono i dirigenti della Repubblica Popolare per prepararsi la strada che porta alla candidatura Mondiale: «Il campionato italiano si gioca in Italia, perché si chiama così». Chissà, forse si pensa a un’amichevole tra Nazionali, anche se il calendario è a dir poco compresso. —
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