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Colpa nostra, lo diamo sempre per finito Federer e l’eterna capacità di migliorarsi
FABRIZIO BRANCOLI
Harry "Galahad" Hart, agente segreto britannico, dice una frase, a un certo punto del film “Kingsman”. Dice: Non c'è nulla di nobile nell'essere superiore a qualcun altro, la vera nobiltà è essere superiori a chi eravamo ieri. Non si tratta di una pietra miliare del cinema: è più che altro un film divertente e chiassoso, pieno di colpi di scena e di sostanziali assurdità. E la frase non è dello sceneggiatore: è una citazione, solo che nella storia si è fatta molta confusione riguardo a queste belle parole e non si è capito che è stato a pronunciarle: Hemingway, W.L. Sheldon, Seneca, gli indù… Ma quel motto fa al caso nostro. Galahad (che è il nome di uno dei cavalieri della Tavola Rotonda) è interpretato da Colin Firth, perfetto nella parte di un gentiluomo impeccabile nei modi come nell’aspetto, benigno con gli alleati così come spietato con gli avversari. Un uomo elegante e implacabile; perfettamente educato e, al tempo stesso, capace di scatenarsi. In pratica, è Roger Federer.La vera nobiltà è essere superiori a chi eravamo ieri. Il precetto dell’agente segreto è esemplare in linea di principio ma un po’ difficile da realizzare, se hai ormai trentotto anni. Federer è un fenomeno ma per lui essere meglio degli altri sta diventando complicato, considerate la sua età e il livello spesso eccelso dei suoi concorrenti. Eppure lui ci prova. E secondo me ci riesce. Non voglio sostenere che in una partita al meglio dei cinque set il Roger Federer del 2019 supererebbe quello, diciamo, del triennio 2004-2006, però è emozionante registrare certe evoluzioni tecniche e tattiche, certe messe a punto in un atleta così maturo, pericolosamente vicino alla fine della sua carriera.
Come fa, uno che ha vinto tutto e battuto tutti, a continuare imperterrito a lavorare per essere migliore? Come fa a farlo ma soprattutto come fa a volerlo? La risposta ha a che fare con l'unicità di questo giocatore. Ma il primo segreto, credo, lo possiamo riassumere in un felice claim promozionale della NBA negli anni Novanta: I love this game, io amo questo gioco. Cercatevi un partner che vi ami come Roger Federer ama il tennis, e sarete molto felici. Lui coltiva questo sentimento puro e profondo; è questo che gli impedisce di rassegnarsi all’età sportivamente avanzata, alla crescita impetuosa degli avversari, al fatale rilassamento che dovrebbe aggredire un uomo dopo tutti quei trionfi. È innamorato del tennis.
E come innamorato è capace di fare ogni cosa.Al 500 di Dubai Federer ha vinto il suo centesimo titolo: è un traguardo incredibile, secondo solo ai 109 successi di Jimmy Connors che però, attenzione, per arrivare a quella quota ha trionfato in molti tornei “piccoli”, cioè gli Atp 250 di oggi: se ne è aggiudicati 59 contro i 25 dello svizzero. Connors invece risulta assai dietro a Roger in un confronto di qualità basato su Slam, Masters 1000 e Finali ATP. Insomma nei tornei che contano non c’è paragone tra i due, Roger surclassa Jimbo che pure, è ovvio, è un’icona del tennis. Per raggiungere la sua personalissima quota cento, Federer è stato protagonista di una nemesi, insomma, di una gran rivincita: una doppia rivincita. Ha piegato in semifinale Borna Coric e Stefanos Tsitsipas, due ragazzi di 23 e 21 anni.
Non sono due nomi a caso: sono due persone che hanno “osato” battere Federer nei mesi scorsi. Il croato l’aveva superato a Halle e Shanghai, il greco all’Australian Open. Quei risultati avevano alimentato inesorabilmente la tesi secondo la quale Roger, insomma... non so come scrivervelo... la tesi che lui sia ormai finito. Solo che il tennista finito ha dominato Coric (62 62) e poi ha regolato Tsitsipas in due set (64 64) senza discussioni. E come l’ha fatto? Migliorando un aspetto preciso del suo gioco.Non so se a questo punto si è capito, ma io questa cosa del miglioramento di Federer la trovo impressionante. E non è un’osservazione tecnica: è una lezione di vita.
Torniamo al 20 gennaio. Quella notte a Melbourne Stefanos Tsitsipas, aveva centrato l’impresa della sua vita battendo lo svizzero in quattro set dopo una lotta spasmodica: 67 76 75 76. Tre tie-break, un set al dodicesimo gioco, colpi di scena continui, un equilibrio enorme.
Non è che il greco avesse spadroneggiato... Eppure tutti a dire che la magnifica parabola di Federer si stava concludendo. Perché lo fate, perché lo facciamo? È l’irrazionale voglia di certezze assolute e di tempi stretti che caratterizza il nostro tempo. Il bisogno di consumare e non riflettere, di incalzare l’orologio e il calendario. Acceleriamo il battito del mondo, correndo non si sa dove, e cerchiamo novità, cambi di tendenza a ogni costo. Ma la vita non è una parabola, dalla linea curva e continua: è un elettocardiogramma, che sobbalza nervoso tra vette e abissi.
Si è fatta molta filosofia su quella partita in Australia, ma la realtà nuda è che Federer lì si era arreso a questo bravissimo greco soprattutto per via di una questione tecnica: aveva perduto consistenza nel diritto. Scorrendo le statistiche di un match così equilibrato si nota una sola, vera, grande differenza ed è la voce “UFE”, unforced errors: sono i maledetti errori non forzati, quelli che commettiamo anche noi giocatori di club, quelli che avvicinano i fuoriclasse alle persone normali e ce li fanno apparire quasi umani. Un doppio fallo, una volée sepolta dentro la rete, un rovescio fuori misura eccetera. Tsitsipas ne aveva commessi 38, Federer addirittura 51. E di questi 51, trentotto erano con il diritto. Il punto, quindi, è che il campione quella sera era stato tradito, e come in ogni tradimento che si rispetti, il voltafaccia aveva punito la massima fiducia. Ma accade anche questo, nel tennis: si gioca improvvisamente male. A trentotto anni e con trentotto errori non forzati, entri in crisi come se tu avessi improvvisamente trentotto linee di febbre. E naturalmente, dall’altra parte c’era Stefanos che giocava alla grande: la partita dei suoi sogni, l’inizio di un luminoso futuro.
Dalla sconfitta di Melbourne Park alla vittoria davanti agli sceicchi di Dubai sono passati quarantuno giorni. Roger Federer li ha trascorsi con la moglie Mirka, vero metronomo della sua vita, e con i figli, le gemelle Myla Rose e Charlene di dieci anni e i gemelli Lennart e Leo di cinque anni. Roger ha lavorato un po’ all’organizzazione della Laver Cup, sua creatura; ha siglato altri ricchissimi accordi pubblicitari tra i quali un contratto con Barilla che ha prodotto il secondo spot internazionale. E naturalmente si è allenato: perché questo marito, padre, organizzatore di eventi, cucinatore di spaghetti al dente e imprenditore di se stesso, è ancora soprattutto un atleta. Ed è innamorato del tennis.
A Dubai, dopo tante sessioni specifiche , il campione è tornato con un po’ di polvere del deserto ancora presente nei suoi ingranaggi; ha sofferto nei primi turni, in semifinale però è diventato impeccabile contro Coric e quando sulla sua strada si è parato Tsitsipas, la situazione si è fatta interessante. La partita è iniziata con Tsitsipas al servizio e Federer è salito rapidamente sul 15-30. C’è stato uno scambio ad alta intensità e lo svizzero ne è uscito vincente con un bolide da fondo campo. Con quale colpo? Il diritto. Una fucilata inside-in, sferrata aggirando la pallina sul lato sinistro e indirizzandola ancora sul diritto del greco, fortissima, in un angolo. Era il segnale.
Il diritto era tornato, Federer pure. 15-40, poi il break nel primo gioco della finale. Un inizio perfetto che ha registrato una prosecuzione coerente: i diritti di Federer hanno inciso il campo come lame, fino alla conclusione. Ora il Federer risale al numero 4 del mondo il vecchio Federer. Quello che molti articoli avevano definito sul viale del tramonto nell’aprile del 2011, dopo che aveva perso con Jurgen Melzer nei quarti a Montecarlo. “Sarà vero declino?”. Perché lo facciamo, ogni volta? —
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