Il Tirreno

Prato

La libertà del trio Lescano una storia di arte e regime

di Maria Lardara
La libertà del trio Lescano una storia di arte e regime

Al teatro Politeama di Prato in scena lo spettacolo che rievoca le imprese canore delle artisti in auge durante il ventennio fascista

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PRATO. Alzi la mano chi non ha mai canticchiato almeno una volta nella sua vita il ritornello “Maramao perché sei morto”. Canzonette che andavano di moda negli anni Trenta, tramandate di generazione in generazione. Era la colonna sonora dell’Italia fascista, resa popolare dal trio Lescano la cui vicenda umana, con la fine dell’arresto per mano della Gestapo, sarà ricostruita stasera alle 21 (sabato 14 dicembre) al Teatro Politeama, dove la Compagnia Teatro Nudo porterà in scena “La leggerezza del trio Lescano” (in replica domani alle 16).

Nei panni delle tre grazie ebree, ovvero Alessandra, Giuditta e Caterinetta, si alterneranno sul palco, Simona Fasano, Lidia Treccani e Sara Cianfriglia. Ed è proprio con l’attrice Simona Fasano, che proviamo ad assaporare il concerto-teatrale che farà riavvolgere indietro il nastro nell’Italia fascista.

Più storia o finzione nello spettacolo?

«Il punto di partenza è il libro di Gabriele Eschenazi, “Le regine dello swing”. Abbiamo fatto ricerca di informazioni e documenti, nonostante alcuni elementi della biografia delle tre sorelle rimangano un mistero».

Qual è l’impianto del concerto-teatrale?

«La prima parte verte sulla ricostruzione della carriera delle tre celebrità fino all’arresto. Seguirà una parte più teatrale con il racconto della parabola decadente delle sorelle Lescano, affidato a tre monologhi.

La storia insegna che l’artista succube del potere è destinato al declino.

«Purtroppo esistono ancora artisti così. Ma anche la libertà ha il suo prezzo: si fanno sacrifici pazzeschi per autoprodursi e come compagnia lo sappiamo bene. Stavolta “La leggerezza del trio Lescano” è stato sostenuto dalla Fondazione per la Cultura di Genova, come nel caso dell’altro spettacolo “Miele”. Per il resto, ci siamo sempre autoprodotti. Però nulla è impossibile. Ad esempio, a innamorarsi subito del nostro lavoro è stata Roberta Betti (presidente del Politeama, ndc). Fortuna che ancora esistono persone come lei».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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