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Quel bomber d’altri tempi per il Prato in B
Il rimpianto della moglie: «Saremmo rimasti volentieri, c’era tanto lavoro in fabbrica...»
PRATO. Un attaccante del Prato capocannoniere in serie B non si era mai visto. E nemmeno si vedrà più in seguito anche perché il Prato in serie B non ci ha messo più piede da quella stagione 1963-64. Quell'exploit di Romano Taccola, infatti, non bastò a salvare il Prato dalla retrocessione.
Gli inizi a Livorno. Romano Taccola ha festeggiato da poco 80 anni. Vive a Livorno dov'è nato a Salviano, e dove è cominciata la sua avventura nel calcio. A 15 anni entra infatti nelle giovanili del Livorno, a 17 anni debutta in prima squadra in serie C e non esce più. Realizza 12 gol alla prima stagione, altrettanti in quella successiva trascinando il Livorno alla promozione in B. In un Livorno-Pisa finito 4-3 segna 3 reti ai nerazzurri. Un suo zio pisano non gli rivolse la parola per un anno. Taccola comincia come centravanti. Ha una buona tecnica, è veloce e gioca spesso la palla di prima. Ma non è un colosso ed è dura affrontare le aree di rigore presidiate da vigorosi stopper. Così arretra la sua posizione, parte da dietro, giocando da mezzapunta, come si diceva allora.
Nessuno è profeta in patria. Al debutto in serie B segna 9 reti e le grandi squadre cominciano a segnarsi il suo nome sul taccuino. Sembrerebbe un sogno: essere protagonista nella squadra della propria città. E invece per Taccola è un mezzo incubo. Una parte dei tifosi lo demolisce a suon di fischi. Perfino dalla sua Salviano ad ogni partita casalinga parte una claque al contrario che va allo stadio per fischiare Taccola. Il calcio non c'entra, è una questione politica. Taccola viene da una famiglia fascista e la Livorno rossa non glielo perdona, anche se lui è poco più che un ragazzo ed è una promessa del calcio nazionale. Oltretutto quella giovane promessa ha tolto il posto all'idolo della tifoseria, il centravanti Guido Tieghi, un milanese ex partigiano comunista della Brigata Garibaldi.Tieghi aveva giocato a Livorno nel 1947-48 in serie A segnando 14 gol. Poi, mentre giocava nel Novara, era stato arrestato, accusato di un delitto politico commesso durante la guerra partigiana. Si era fatto 22 mesi di carcere prima di essere completamente scagionato. E quando nell'aprile 1950 esce di galera, torna a giocare nel Livorno. Di gol ne segna ormai pochi, ma a Livorno è un idolo. Taccola può giocare bene e segnare, ma una parte dei tifosi non lo vuole in amaranto.
Un posto nella Grande Fiorentina. Così il Livorno decide di venderlo raggiungendo un doppio obiettivo: incassa un bel po' di soldi, perché le richieste non mancano, e fa contenta la tifoseria più calda. Lo vogliono la Spal, che lo segue da tempo, e la Fiorentina che ha appena vinto lo scudetto. Lo acquisteranno i viola. Sembra il massimo, giocare con i Campioni d'Italia. Col senno di poi, forse no. «Era difficile per un giovane trovare spazio tra tanti campioni - dice Taccola - In pratica gli undici titolari di quella Fiorentina erano tutti nazionali. Bisognava approfittare delle poche occasioni che capitavano». Nei due anni con i viola gioca appena sei partite (con due gol).
Si toglie la soddisfazione di giocare tre partite in Coppa dei Campioni, segnando due gol agli svizzeri del Grassopphers, lungo la strada che porterà alla finale con il Real Madrid. Era la seconda edizione della Coppa Campioni e il percorso verso la finale prevedeva quattro turni. Il presidente viola era Befani (un imprenditore pratese). Il premio ai giocatori era di 50.000 lire a crescere per ogni turno superato: 50.000 per il primo turno, 100.000 lire per gli ottavi e così via. Se i viola avessero sconfitto in finale il Real Madrid, la vittoria della Coppa avrebbe fruttato 250.000 lire. Altri tempi. A Firenze, Taccola si sposa con Gina Nannipieri, livornese come lui. Al matrimonio ci sarà anche Bernardini, allenatore di quella grande Fiorentina.
Ritorno in provincia. Ma in quel calcio le riserve non hanno spazio. In campo vanno gli undici e stop, in panchina c'è solo l'allenatore. «Giocavamo nel campionato riserve e, chi aveva l'età, in quello Primavera. Il primo anno vincemmo tutti e due i tornei». La Fiorentina decide di far maturare Taccola altrove. Prima tappa Brescia, poi laTriestina. A Trieste segna 13 gol e ha una grande occasione. «Nereo Rocco, allenatore del Milan, era di Trieste. Così venne a vedere un allenamento insieme al direttore tecnico Gipo Viani anche per seguire Radice che il Milan aveva mandato in prestito alla Triestina. Giocai bene e feci una buona impressione a Rocco e Viani. Tanto che poi Radice mi disse: chissà che l'anno prossimo non ci si ritrovi tutti e due al Milan». Il passaggio in rossonero sembra possibile, ma la Fiorentina non lo lascia andare e preferisce girarlo in prestito in serie A alla Spal. Dalla Spal al Prato dove passerà tre anni senza annoiarsi: due retrocessioni e una promozione.
L’arrivo a Prato. Arriva a Prato nella stagione 1961-62, il Prato è in B ma retrocede. Di quella stagione resta il ricordo della sfida di Coppa Italia al Lungobisenzio con la Juventus a eliminazione diretta. Taccola segna il gol del pari e fino a 20' dalla fine il Prato resiste sull'1-1. Poi un rigore spiana la strada ai bianconeri che vinceranno 3-2. La stagione successiva è quella del riscatto. Il Prato vince il campionato e torna subito in B. Taccola è il capitano della squadra e contribuisce con 9 gol.
La stagione 1963-64 parte con qualche ambizione, ma l'inizio è disastroso. Solo nel finale e dopo un cambio d'allenatore (a Ferrero era subentrato Ballacci), il Prato comincia a viaggiare con un passo da grande squadra e Taccola segna a raffica. Centravanti gioca un certo Boninsegna, appena arrivato al Prato in prestito dall'Inter. E' giovane e in quella stagione segnerà solo un gol, ma ha coraggio e forza fisica. Si butta nella mischia, prende tante botte e apre gli spazi in cui Taccola si inserisce per andare a segno.
Bomber e retrocesso. Taccola realizza 19 reti e vince il premio Chevron per il capocannoniere davanti a De Paoli. A quota 8 gol si fa notare un giovane del Cagliari, Luigi Riva. Quella è proprio una stagione da bomber. Gioca due partite di Coppa Italia e segna 3 gol, doppietta alla Sampdoria, gol della bandiera da ex nella sfida perduta con la Fiorentina. Ma quei 19 gol non bastano a salvare il Prato. Per un punto è di nuovo retrocessione.
Il Prato retrocesso lo vende incassando un bel po' di soldi. Taccola torna in A col Mantova ma rompe subito con l'ambiente. A novembre viene spedito al Monza in B. Ma anche qui non lega. «Avevo un carattere particolare. Ero restìo, non ossequiavo i presidenti. Alcuni miei compagni facevano a gara per parlare con loro, io facevo il giro largo. E poi avevo bisogno di legare con i compagni, di sentire fiducia».
«Perché non gli racconti cosa facesti a Ferrara?» dice la moglie Gina. Taccola ride e allora lo racconta lei: «La Spal aveva battuto 3-2 il Napoli, Romano aveva segnato due gol e fatto fare il terzo. Ero andata a vederlo con dei parenti e l'aspettavamo all'uscita dallo stadio insieme ai tifosi che festeggiavano. Aspetta aspetta, ma lui non usciva. Passa il tempo, la gente era andata tutta via e lui non si vedeva. Allora vado dal custode dello stadio e gli chiedo se lo aveva visto. E lui: “sì, Romano è in casa mia”. Si era nascosto ad aspettare che i tifosi andassero via perché sarebbe stato in imbarazzo se gli avessero chiesto gli autografi». Per dire il tipo.
Addio al calcio. Così il bomber schivo e timido decide di lasciare il calcio a soli 30 anni. «Ma allora a 30 anni si era già anziani per il calcio, non era come oggi». Chiude dopo undici stagioni tra i professionisti e cento gol, tondi tondi tra A, B e C. Non male per una mezzapunta. L'ultima tentazione viene dall'amico Aldo Puccinelli, ex di Lazio e Livorno, che allena il Rosignano Solvay in serie D e lo vuole con sé. Taccola ci va ma resiste poco: «Si andava in certi campetti dove ti "sfilavano" di botte. Giocai qualche partita, ma poi smisi».
Prato rimane un piccolo rimpianto, come confessa la moglie. «A Prato ci eravamo trovati bene, se la squadra non fosse retrocessa avremmo potuto rimanere a vivere lì. C'erano anche molte opportunità di lavoro. Magari Romano avrebbe trovato un posto in una fabbrica...». Il bomber della serie B che pensava di assicurarsi il futuro lavorando in fabbrica. Erano davvero altri tempi.
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