Bestemmia camuffata, la Figc lo stanga
L’allenatore si difende: ce l’avevo con mio zio. La Figc: è grave comunque
L’importanza di una consonante. Quella sottile differenza che passa tra una frase blasfema, insomma una bestemmia, e un apprezzamento nient’affatto carino verso un parente stretto: lo zio. Già, lo zio: da quando il calcio - a tutti i livelli - ha deciso di dare un giro di vite alle espressioni che tirano direttamente in ballo i cardini della religione, ecco che lo zio - e non nel senso di Bergomi - è diventato il vero protagonista delle domeniche in campo, gettonatissimo da giocatori e allenatori che lo citano a ogni piè sospinto. Questione di assonanza, ovviamente: tirando in ballo l’ignaro zio al posto di entità ben superiori si pensa di farla franca e di aggirare una regola relativamente nuova quanto severa, che prevede pesanti squalifiche a chi sgarra.
L’ultimo “zio” della serie riguarda Marco Innocenti, un allenatore della zona pratese, nocchiero di lungo corso del football giovanile e dilettantistico di quella zona. Oggi allena gli Juniores della Grignanese e nei giorni scorsi si è presentato direttamente davanti alla Corte d’Appello federale di Firenze per sostenere il ricorso in seguito alla squalifica che sta scontando (scadrà il 3 febbraio). Secondo l’”accusa” il tecnico avrebbe mantenuto un comportamento «altamente diseducativo con frasi offensive verso il direttore di gara accompagnate da frasi blasfeme».
Quello che emerge dal «giorno in pretura» applicato al pallone è a tratti irresistibile, soprattutto per il linguaggio sospeso sul sottile filo del burocratichese. La causa scatenante è stata una rimessa laterale, che il segnalinee di parte (in queste categorie non è previsto l’assistente, le funzioni vengono svolte da un dirigente) aveva assegnato alla formazione avversaria, il Tavola. L’allenatore, testuale, racconta di aver dato in quell’occasione del «suino al proprio zio» e calciato via il pallone con un gesto di stizza.
Poveri zii, sempre più parafulmini della rabbia dei protagonisti: d’altra parte il capostipite fu nientemeno che Giuan Trapattoni (tra l’altro fervente cattolico), che sugli epiteti diretti al parente ha costruito parte del suo mito. Tornando al fattaccio di Prato, i giudici federali alla storia dello zio non hanno creduto. Il referto dell’arbitro infatti (che quasi sempre è ritenuto il testo dei testi) afferma chiaramente - occhio al giro di parole - “la pronuncia di ben due espressioni blasfeme dirette a distinte figure di sesso maschile e femminile appartenenti alla religione cattolica cristiana”. Lodevole il tentativo, anche se un pò barocco, di non urtare alcuna sensibilità. Per poi chiudere con la chicca finale: “Il contegno è stato diseducativo perchè si tratta di palesi bestemmie pronunciate in modo camuffato (non avrebbe alcun senso inveire in modo così acceso contro il proprio zio, verosimilmente nemmeno presente sul terreno di gioco”. Ricorso respinto, e un consiglio: rivolgete le vostre attenzioni a cugini e cognati, lo zio è bruciato.
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