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Una corsa allo sbaraglio inseguendo il mito Bordin
Il racconto in prima persona della Maratonina, esperimento riuscito a metà Gelindo è un miraggio all’orizzonte, ma restano in testa immagini commoventi
PRATO. Per farla breve (e vi assicuro che 10 chilometri e 548 metri, cioè metà di mezza maratona, non sono affatto brevi per chi non è allenato), l’esperimento è riuscito a metà. Volevamo capire che cosa significa correre i 21 chilometri e rotti della Maratonina di Prato senza un allenamento specifico. Senza un allenamento in assoluto, a dire il vero, salvo occasionali partite di calcetto e un passato remoto di atletica leggera, qualche chilo e parecchi anni fa.
La lezione di questa mattinata di inizio primavera è che bisogna conoscere i propri limiti. E così, arrivato al bivio esistenziale del ponte alla Vittoria, dove si decide se affrontare l’ignoto dei 21 chilometri o si scende al compromesso con la realtà del percorso dimezzato, ho svoltato a destra per guadagnare l’arrivo senza ulteriori danni.
Il tentativo era iniziato un po’ più di due ore prima. 8,20: sveglia e colazione tattica a base di caffelatte e avanzi dell’uovo di Pasqua, nella convinzione, chissà quanto fondata, che il cioccolato al latte funzionerà da carburante (probabilmente sì, perché al rifornimento dei 5 chilometri ho tirato orgogliosamente dritto).
Per strada solo gente in pantaloncini e scarpe da ginnastica. Si sono svegliati molto prima di me, arrivano da lontano e sono tiratissimi, i tessuti tecnici si sprecano. Vicino alla partenza invece, c’è anche gente come me, un po’ più casual, ma le scarpe, in maggioranza Mizuno, come le mie comprate il giorno prima, tradiscono l’attenzione al dettaglio. Clima allegro, tempo clemente a dispetto delle previsioni, ma qualcuno commetterà l’errore di partire con la maglia a maniche lunghe e se ne pentirà.
Il resto dell’articolo sul Tirreno in edicola.
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