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Matteo Carovani, una vita sotto rete

Matteo Carovani, una vita sotto rete

Lascia dopo 19 anni una leggenda della pallavolo pratese: «Ma non riesco a immaginare le giornate senza volley»

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PRATO. Diciannove anni di volley pratese in un nome. Matteo Carovani è questo. E’ il giocatore che nell’ultimo ventennio è sempre stato presente, quello che ha vissuto gli alti ed i bassi della nostra pallavolo, colui che, per allenatori, dirigenti ed addetti ai lavori della nostra città ha sempre rappresentato un punto fermo da cui ripartire su cui programmare. Ecco perché il suo addio alla pallavolo non è un addio come gli altri. Ecco perché il suo “appendere le scarpette al chiodo” non può essere un momento da far passare sotto silenzio.

Matteo partiamo dalla domanda più scontata: cosa è stata la pallavolo per te?

«Tolte le cose veramente importanti, direi che è stata la cosa più importante della mia vita negli ultimi diciannove anni. Quattro e a volte cinque allenamenti la settimana, tutti i sabati a giocare, quando gli altri andavano a ballare. Questo per diciannove anni in cui ho trovato tanti amici che mi hanno accompagnato per tutta la mia vita e con i quali siamo diventati uomini».

Quasi naturale chiederti come hai fatto a trovare moglie?

«Grazie alla pallavolo ovviamente. Mia moglie ha un fratello che è stato un ottimo pallavolista e questo ha aiutato la nostra conoscenza e poi anche la sua comprensione rispetto ai miei impegni».

Torniamo seri. Tu, oltre che dal punto anagrafico sei pratese DOC anche dal punto di vista pallavolistico.

«Ho iniziato nell’Under 14 con Roberto Santoro poi sono passato all’Under 16 con Mauro Moscardi ed infine sono arrivato alla prima squadra con Marco Targioni».

Marco Targioni è l’allenatore che ti ha inventato come regista?

«Avevo problemi alle ginocchia e già con Moscardi avevo iniziato a palleggiare. Certo il salto definitivo verso la scelta del ruolo l’ho fatto con Targioni. Pensa che la prima gara in serie C l’ho giocata alla palestra di San Paolo contro il San Carlo Borromeo quando avevo 17 anni con allenatore Targioni e compagni di squadra, tra gli altri, Mirko Novelli e Valentino Alessi. L’ultima gara di regular season l’ho giocata ancora a San Paolo, contro Massa, con in campo Valentino Alessi ed in panchina Targioni e Mirko Novelli. Insomma, posso dire di aver chiuso il cerchio».

Come è cambiata la pallavolo pratese negli ultimi venti anni?

«E’ cambiata moltissimo. Quando ho iniziato io c’era una prima divisione e poco altro, il movimento negli è cresciuto, si è sviluppato e Prato ha toccato categorie importanti a livello nazionale. Oggi siamo in serie C e questo mi ricorda gli anni del mio esordio in prima squadra con giocatori come Vannini, Cappellini e tanti altri con cui abbiamo condiviso moltissimo».

Guardando indietro a questi venti anni di volley, secondo te c’è un momento in cui Prato con più coraggio avrebbe potuto fare qualcosa di più?

«Nel terzo anno di B2 con Davide Saielli secondo me sarebbe servito veramente poco per fare il salto di qualità. Lo zoccolo duro di quella squadra era composto interamente da ragazzi pratesi e sarebbe bastato un piccolo sforzo per poter puntare in alto».

E dal punto di vista personale c’è un momento dove hai fatto passare un treno che a posteriori poteva essere importante?

«L’anno successivo alla partenza di Leonardo Caponi, quando eravamo approdati in B1, mi fu prospettata la possibilità, che poi non si è concretizzata, di andare a fare il secondo a Santa Croce. Non so se fosse una possibilità reale ma sarebbe stata senza dubbio una tappa importante».

Tappa importante era stata qualche anno prima anche la stagione in B1 a Pistoia?

«E’ stata un’esperienza che mi ha fatto crescere. Ero giovane ed in gruppo con atleti già maturi come Pagliai, Caponi, Tonini, Fedi, Stefani e Collini. Lo considero quasi un anno di militare, duro ma prezioso. La vicinanza di uno come Leo Caponi mi ha aiutato moltissimo a maturare».

D’ora in poi come immagini la tua vita senza volley?

«Non penso di chiudere in maniera assoluta. Farei molta fatica a farlo e non fa parte del mio carattere. Penso di allenarmi ancora, di dare una mano ai ragazzi più giovani, magari ai palleggiatori con cui vorrei allenarmi la prossima stagione. La società, poi, mi ha chiesto di entrare nei quadri come dirigente. Mi ha fatto molto piacere ma ci devo pensare bene. Se accetto lo voglio fare seriamente e con due figli piccoli devo valutare bene la cosa».

Non sei solo ad aver appeso le scarpette al chiodo. Anche Marco Gori è un altro ritiro eccellente in casa Prato. Cosa dici al tuo compagno?

«Gli do appuntamento ai giardini».

Alessio Alessi

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