L’inchiesta
Prato, condannati i due assassini dell’autotrasportatore indiano ucciso a Seano
La Corte d’assise ha inflitto pene di 22 e 17 anni ai due giovani pachistani arrestati mentre tentavano di fuggire
PRATO. La Corte di assise di Firenze ha condannato oggi, 3 novembre, i due autori dell’omicidio di Harpal Singh, l’autotrasportatore indiano di 59 anni accoltellato a morte la sera del 9 febbraio 2024 da due suoi dipendenti pachistani, Muhammad Sufyan e Muhammad Chand, nella zona artigianale di Bocca di Stella, a Carmignano. Sufyan è stato condannato a 22 anni di reclusione, Chand a 17 anni.
Quello di Singh fu un omicidio anomalo e ancora in parte senza una spiegazione convincente. A distanza di oltre due anni siamo rimasti alla ricostruzione delle prime ore, e cioè che i due giovani pachistani hanno ucciso il loro datore di lavoro per una miseria, 4.000 euro in contanti, l’incasso della serata durante la quale il furgone di Singh aveva raccolto i capi d’abbigliamento delle tante confezioni cinesi che poi sarebbero stati trasportati dal suo camion nel Nord Italia e nel Nord Europa.
Che fossero stati loro si era capito subito. Li avevano ripresi le telecamere di sorveglianza della ditta davanti alla quale era avvenuto l’omicidio e li avevano indicati come sospetti i figli di Harpal Singh, raccontando agli inquirenti che subito dopo la morte di loro padre i due pachistani erano scomparsi. Non fu nemmeno particolarmente difficile rintracciarli, perché non si preoccuparono di spegnere i loro telefoni, e proprio seguendo le tracce lasciata dagli smartphone i carabinieri seguirono i loro spostamenti verso il nord e ascoltarono dalla loro viva voce il loro piano di fuga, che prevedeva di arrivare in Portogallo. In realtà riuscirono ad arrivare in treno alle porte di Torino, dove furono arrestati e portati in carcere.
In questi oltre due anni non hanno mai dato una spiegazione alternativa all’omicidio a scopo di rapina. Forse pensavano che Harpal Singh avesse più soldi con sé o forse hanno perso la testa durante una lite.
I due si sono difesi dicendo di aver sferrato una sola coltellata a una gamba di Singh nel tentativo di tenere fermo il coltello impugnato dall’autotrasportatore durante una lite, ma l’autopsia ha riscontrato vari colpi sia sulle gambe che sulle braccia. In una intercettazione telefonica uno dei due pachistani è stato sentito mentre giustificava l’aggressione con una brutta parola detta da Singh nei suoi confronti, e forse questa alla fine è la spiegazione di un omicidio assurdo.
Sta di fatto che l’autotrasportatore indiano, che era stato anche presidente del tempio Sikh di Novellara, in provincia di Reggio Emilia, morì dissanguato nel suo furgone senza riuscire a chiedere aiuto (gli avevano portato via anche il telefono cellulare) mentre i due scappavano a piedi e poi verosimilmente con un altro mezzo. Nella sentenza la Corte d’assise ha riconosciuto l’aggravante dei futili motivi, come chiesto dalla Procura.
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