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La festa

Carmignano, il teatro di strada del San Michele continua a stupire

di Walter Fortini

	Un momento dell'esibizione del Rione Verde
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Un momento dell'esibizione del Rione Verde

I quattro rioni si sono dati battaglia con 800 figuranti sotto gli occhi del presidente della Regione: ecco le loro storie

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CARMIGNANO. Non ha deluso neppure quest’anno il teatro in strada a Carmignano del San Michele, orbo per l’edizione 2026 del palio dei ciuchi che non è riuscito a adeguarsi per tempo a nuove regole imposte sulle corse degli animali. Ed è stato subito gara e spettacolo: una battaglia dove le quattro contrade del paese e delle frazioni più vicine, mezzora ciascuna, si combattono con ingegnose trovate sceniche, costumi che si aprono e srotolano diventando all’improvviso scenografie, colpi ad effetto, pathos ed ironia, le mimiche dei personaggi (mai una smorfia fuori posto, neppure tra le comparse), macchine teatrali, balletti e testi frutto di ricerca e invenzione che sarebbero capaci di strappare applausi anche su palchi più importanti. Una media di duecento figuranti a rione, molti di più a lavorare per mesi dietro le quinte notte tempo. Bambini e ragazzi (tanti e forse più di altri anni quest’anno), giovani ed anziani attempati, carmignanesi da generazioni e nuovi residenti: perché questa festa che si ripete, sia pur con qualche interruzione, da più di novanta anni sa ancora essere contagiosa. Corale e comunitaria. Costruita sul volontariato. Capace di parlare al cuore, stupire e far riflettere. Il suo teatro sotto le stelle racconta il passato noto e meno noto di Carmignano, che torna patrimonio comune, e scorci di futuro. E per una sfilata persa o vinta si piange a dodici come a trenta o cinquanta anni.

Venerdì notte così la centralissima piazza Vittorio Emanuele II, animata dallo storico speaker della festa Stefano Fatighenti, era di nuovo gremita: tribune piene, occupate soprattutto da rionali, e tanto pubblico anche dietro le transenne. I più fortunati affacciati sullo slargo davanti alla fontana, gli altri con gli occhi fissi sul grande schermo per cogliere i particolari delle sfilate che altrimenti avrebbero perso. C’era anche il presidente della Toscana Eugenio Giani, che si è complimentato per la maestria nel costruire storie che diventano autentico ed intenso teatro e per una festa che può essere vanto per tutta la regione.

La sfida, ripetuta sabato notte, si concluderà la domenica, con l’ultima sfilata nel pomeriggio e l’apertura poi delle buste con il giudizio dei quindici giurati chiamati da fuori Carmignano a dirimere la contesa: cinque a sera, addetti ai lavori, a cui spetta l’ingrato compito di stilare una graduatoria personale ed attribuire nella somma dei singoli punteggi (cinque al primo rione, tre al secondo, due e uno al terzo e al quarto) il trofeo offerto quest’anno dal Biscottificio “Il Fochi”. Compito ingrato sì, perché già dalla prima sera tutte e quattro le contrade si sono davvero fatte valere e strappato grandi applausi a scena aperta. Un pronostico dunque diventa difficile.

A rompere il ghiaccio venerdì è stato il rione giallo: tre vittorie nell’albo d’oro delle cinquantadue edizioni della festa in cui è stato assegnato il premio per la più bella sfilata, due lontanissime (nel 1969 e 1971) e la terza, più recente e dirompente, nel 2016.

Il suo “La festa della mia vita” è un omaggio allo storico caporione Vitale Farruggio, il barbiere arrivato bambino dalla Sicilia che nella centralissima piazza di Carmignano ha gestito per settantasei anni la bottega, scomparso l’anno scorso ad 85 anni, vera anima della comunità ed ideatore di tante iniziative, dalla Cocomerata di Ferragosto alle panchine Bellavista. Una storia vera ma anche senza tempo, quando racconta il rapporto universale tra un nonno e la nipote, voce narrante di tutta la sfilata. Molti personaggi indossano maschere in cartapesta, diventate un marchio di fabbrica del rione. Una messa in scena trascinante e poetica allo stesso tempo, briosa e struggente, a tratti onirica e trasognante, ironica pure, sapientemente montata come un film, dove il rock si alterna a Battiato e alla musica da salotto.  

Il bianco, vittorioso l’anno scorso ed altre tredici volte, sceglie con “Dentro le sue mani” Leonardo da Vinci, l’artista e scienziato del Rinascimento capace di sognare il futuro e che da bambino per cinque anni ha vissuto sulle colline medicee a Bacchereto. Ma anche in questo caso la storia è doppia e racconta il rapporto tra nonna e nipote, il desiderio di trattenerlo e la consapevolezza che amarlo significa lasciarlo libero. Lo spettacolo è una sorta di percorso di iniziazione. Colpiscono e strappano applausi i grandi carri: tra i tanti quello ‘a geometria variabile’ della fornace di Toia, che in piazza si apre, o quello che riproduce il volo del nibbio che affascinò il giovane Leonardo, così come per giallo era stato per il veliero, la gigantesca poltrona con un imponente cliente o il treno.

Se in tutte e due le contrade sopravvive più marcata la passione e maestria per queste grandi macchine sceniche che sono state per anni il fulcro delle sfilate di Carmignano, prima della conversione al puro teatro in strada, nella messa in scena di verde e celeste domina sicuramente la parola, scritta e recitata. Al verde in particolare, che ha portato in piazza “Le radici dell’anima”, tredici vittorie dal 1964 ad oggi, probabilmente andrebbe il premio, se esistesse, per la migliore mimica e recitazione, quella del protagonista Attilio, quarantenne autistico, e per il soggetto e la sceneggiatura più originale e intrigante: una sfilata dalle mille sfaccettature, spiazzante e futurista, apocalittica, che parla ora della disabilità mal digerita, delle etichette che la società ti appiccica addosso e che rende schiavi e prigionieri, della cementificazione e del mancato rispetto per la natura, dello sviluppo all’insegna del solo guadagno dove le radici di una comunità (fisiche e non solo) soccombono.    

Chiude la serata l’affresco storico (ma anche storia d’amore) del rione celeste, ventitré volte vittorioso in tutta la storia del San Michele. E’ mezzanotte passata quando scende in piazza. “E li si fermò” è il racconto della trecciaiole di Signa e di Campi Bisenzio (ma anche di Carmignano) che a fine Ottocento scioperarono per rivendicare salari più alti per il loro lavoro e per le donne, fino ad arrivare a bloccare un tram da Poggio diretto a Firenze.  Amelia Villani di Comeana fu una di loro ed è lei a raccontarci questa storia. Quel giorno non cambiò nulla: nessun salario raddoppiato, nessuna garanzia di lavoro in più. Ma quella presa di coscienza fu il primo passo verso conquiste e il riconoscimento di diritto che sarebbero arrivate più tardi. Una sfilata sicuramente ben recitata, colorata di balletti e facile da seguire, pirotecnica, che ti inchioda dietro ad una transenna o seduto per terra per tutta la durata.

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