Prato, ha fatto sparire più di un milione e offre un risarcimento di 25mila euro
Il processo nasce da un’inchiesta su una ingente evasione. Il provento della frode fiscale reinvestito in un ristorante di piazza Mercatale
PRATO. È accusato di aver incassato un milione e 213mila euro producendo fatture per operazioni inesistenti per un ammontare di oltre 18 milioni e di aver riciclato il provento della truffa in un ristorante di piazza Mercatale, ma ora, alla vigilia della sentenza del processo che lo vede imputato insieme a cinque familiari e un’amica, offre all’Agenzia delle entrate un risarcimento di 25.000 euro nella speranza di ottenere le attenuanti. Eppure Marco Prudente, cinquantenne originario di Vico Equense, già titolare del ristorante Zio Peperone sotto le logge del Mercatale, se è vero quanto sostiene la Procura, un po’ di soldi da parte li dovrebbe avere. Solo che quei soldi ora sono spariti e l’imputato offre all’erario le briciole, 25.000 euro, facendosi forte del fatto che ufficialmente risulta nullatenente.
Prudente, difeso da Federico Febbo, è comparso martedì davanti al giudice dell’udienza preliminare Camilla Tesi insieme agli altri sei imputati (la moglie Elvira Terebinto, la madre Maria Rosaria Cocchiato, Anna Russo, Angela Prudente, Maria Antonietta Ligorio ed Emanuele Pagano). All’esito delle richieste di condanna del pubblico ministero (ci sono anche un paio di richieste di patteggiamento) il giudice ha rinviato al 24 marzo per formalizzare l’offerta di quei 25.000 euro all’Agenzia delle entrate. E qui si apre un capitolo di difficile comprensione. L’Agenzia, infatti, non si è costituita parte civile in questo processo, dove teoricamente era in ballo un risarcimento milionario. Non è la prima volta che accade, e forse la spiegazione è che si è preferito non imbarcarsi in un processo con poche speranze di riavere indietro i soldi, ma fa comunque specie che l’erario abbia deciso di disinteressarsi della questione.
Il processo nasce da un’inchiesta su una maxi-evasione fiscale realizzata nel porto di Ancona. La tesi della Procura è che Marco Prudente e Maria Rosaria Cocchiaro, dopo aver emesso fatture per operazioni inesistenti (tramite la ditta individuale di Cocchiaro) per la bellezza di quasi 18 milioni di euro a favore delle società Italia Shipyard srl, Italia Lavoro srl, Bi Effegi srl, Rmr srl e Soluzione Lavoro srl, abbiano impiegato il compenso per queste fatture, pari a un milione e 213mila euro, nell’attività del ristorante Zio Peperone e in altre società da cui hanno acquistato beni e servizi, in modo da ostacolare la provenienza illecita del denaro. L’accusa è dunque di riciclaggio, per la quale il Codice penale prevede la reclusione da 4 a 12 anni.
Agli altri cinque imputati, tutti familiari dei primi due ad eccezione di Anna Russo, legata a Marco Prudente da interessi d’affari, viene contestata l’accusa di ricettazione per aver utilizzato somme di denaro provenienti dalla stessa “provvista”, sempre allo scopo di renderne più difficile la provenienza e dunque in sostanza per “ripulirle”.
All’origine del procedimento penale c’è una maxi frode fiscale scoperta nel febbraio 2021 nel porto di Ancona. L’operazione Shipyard della guardia di finanza dorica portò alla luce una fitta rete di evasione e irregolarità nella cantieristica navale con trenta persone denunciate per frode fiscale, riciclaggio e auto-riciclaggio e il coinvolgimento di una fitta rete di imprese dislocate tra Marche, Abruzzo, Campania, Emilia Romagna, Lombardia e Toscana.
Le investigazioni delle Fiamme gialle permisero di individuare 153 lavoratori irregolari per i quali erano stati omessi il versamento dei contributi e delle ritenute Irpef e 131 milioni di euro di fatture false con la conseguente evasione dell’Iva per 28 milioni di euro, con 66 milioni di euro di base imponibile segnalata per il recupero a tassazione. L’operazione “cantiere navale” era stata avviata in seguito a un’analisi sulle numerose imprese operanti nell’ambito dell’area dove si faceva ricorso a ditte in appalto.
I successivi riscontri hanno consentito di individuare un sistema illecito molto redditizio e ben architettato a tavolino. Quest’ultimo era incentrato su un “consorzio” che aveva sede nella provincia di Ancona ed era in grado di presentare normalmente l’offerta più vantaggiosa, in seguito alle richieste di preventivo che la Fincantieri, estranea alle indagini, inviava a diverse imprese.
