Il Tirreno

Prato

L'allarme

Prato, una banca clandestina cinese al servizio dei narcotrafficanti

di Paolo Nencioni
Il procuratore Luca Tescaroli
Il procuratore Luca Tescaroli

È un’indagine ancora in corso, l’allarme del procuratore Luca Tescaroli

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PRATO. Un «servizio di pagamento» di cui si servono «anche organizzazioni criminali di tipo mafioso» che hanno bisogno di muovere capitali in giro per il mondo, di ripulirli e reinvestirli. C’è anche questo nella relazione inviata martedì dal procuratore Luca Tescaroli al ministero della Giustizia che chiedeva lumi sulle investigazioni pratesi dopo l’interrogazione presentata dai deputati di Fratelli d’Italia La Porta e Michelotti. Una sorta di banca clandestina che farebbe capo a «un gruppo di soggetti cinesi e di altre nazionalità – scrive il procuratore – in grado di fornire ai clienti un servizio di pagamento tipico delle attività riservate al circuito bancario» in favore della criminalità organizzata che deve pagare grosse partite di sostanze stupefacenti.

Non è la prima volta che a Prato si sente parlare di un sistema bancario parallelo che serve fondamentalmente a riciclare denaro sporco. Non una semplice rete di sportelli money transfer, come all’epoca delle inchieste “Cian liu” e “Cian ba” che scoperchiarono un vaso di Pandora senza che poi il sistema giudiziario avesse la forza di arrivare a condanne efficaci, salvo qualche eccezione. Qui sembra si parli di un sistema creditizio parallelo che userebbe altri canali.

Proprio ieri il Gico della guardia di finanza di Ancona ha scoperto una “banca clandestina” cinese in grado di muovere decine di milioni di euro e il gip del Tribunale di Macerata ha disposto sequestri per 116 milioni. Nell’ambito di questa inchiesta sono state eseguite alcune perquisizioni anche a Prato, quasi inevitabile quando si parla di cinesi in Italia, ma non sono state eseguite misure di custodia (7 in carcere nelle Marche su 33 indagati).

Dalla magistratura non arrivano chiarimenti, ma potrebbe non trattarsi dello stesso gruppo cui fa riferimento il procuratore Tescaroli nella sua relazione inviata al Ministero.

Le indagini hanno consentito di far emergere «un articolato schema di frode fiscale internazionale, realizzata attraverso numerose imprese in realtà inesistenti che avevano importato dalla Cina centinaia di container» evadendo l’Iva e i dazi doganali e sottraendo a tassazione più di 500 milioni di euro».
 

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