Maxi-evasione Iva nei pronto moda cinesi di Prato, ma 10 imputati su 11 sono irreperibili
La Procura ha contestato il mancato pagamento di quasi tre milioni di euro grazie alle fatture per operazioni inesistenti: per quasi tutti scatta il non luogo a procedere
PRATO. Una valanga di fatture per operazioni inesistenti ha prodotto un’evasione Iva di almeno 3 milioni di euro, ma degli 11 imputati per i quali il sostituto procuratore Laura Canovai aveva chiesto il rinvio a giudizio, solo uno sarà processato. Gli altri dieci risultano irreperibili e per loro il giudice dell’udienza preliminare Leonardo Chesi è stato costretto a emettere una sentenza di non luogo a procedere. Se un giorno dovessero ricomparire, il processo potrebbe ripartire (lo prevede la riforma Cartabia), ma è un’eventualità abbastanza remota.
Le indagini condotte dalla guardia di finanza di Prato si riferiscono al periodo compreso tra il 2014 e il 2017 e alzano il velo sul sistema che ha fatto la fortuna di centinaia di confezioni e pronto moda cinesi, grandi “consumatori” di false fatture per abbattere l’imponibile Iva. È un pezzetto del sistema che prevede anche l’evasione contributiva, l’utilizzo di lavoratori senza permesso di soggiorno e il massiccio uso di falsi contratti part time per dipendenti che in realtà lavorano 10 o 12 ore al giorno. Degli 11 imputati, il solo Chen Jincai, 54 anni, è risultato reperibile ed è stato rinviato a giudizio. Gli altri, difesi dagli avvocati Stefano Camerini, Giuseppe Nicolosi, Serena Borelli e Giuseppe Bonfante, rispondono ai nomi di Lin Shaokui, Xiang Xiaodong, Lian Peishan, Huang Faju, Li Lanying, Pan Caihua, Chen Xiaofu, Xiao Fenlan, Zhuang Feyan e Chen Feyun. Nomi che ai più non dicono niente, e che forse in parte non corrispondono nemmeno alle persone fisiche responsabili della presunta evasione, perché nel distretto parallelo cinese è diffusa la pratica di fare ricorso a prestanome. Non solo, molti cinesi vendono la propria identità per 2. 000/3. 000 euro a connazionali che poi se ne servono come scudo per le loro attività. Non è escluso che sia andata così anche questa volta, e che alcuni dei nomi che figurano nell’elenco degli imputati corrispondano a persone che magari sono in Cina, non sanno di essere sotto processo e non hanno alcuna intenzione di tornare in Italia. Di fatto sono fantasmi in un’economia parallela dove tutto è sfuggente, dai nomi agli indirizzi di residenza.
Le fatture che la Procura ipotizza siano per operazioni inesistenti sono centinaia, di solito per importi compresi tra i 5.000 e i 50.000 euro. Sono state emesse da 11 società, molte delle quali con sede Montemurlo: Hongsheng Moda, Melarancia Import Export, Essebi Import Export, Accessori Imp-Exp, Nuove Tendenze, Dream Tex Import Export, Blu Sky, Stylisch, New Moon, Exchang, Miss Style. Forse non vere e proprie “cartiere”, cioè società create appositamente per produrre false fatture, ma certamente vocate a quello scopo: creare un fatturato fittizio accollandosi un debito Iva che non pagheranno mai.
Tra i destinatari delle presunte false fatture ci sono nomi che forse diranno qualcosa agli addetti ai lavori. Stando alla richiesta di rinvio a giudizio depositata dalla Procura, quelli che compaiono con più frequenza (e i cui titolari non sono indagati) sono la Confezione Giada, il Maglificio Luna, la Vanilla srl, la Egocentrika, la Tendenza Moda, la Euro Moda, la Liu Fashion, la Hao Hao, la Mai Senza, ma anche, in misura minore, la Giupel di Xu Qiulin, il primo imprenditore cinese a iscriversi all’Unione industriale pratese prima che diventasse Confindustria Toscana Nord, che già nel 2018 aveva avuto grane fiscali per una presunta evasione.
Ora si farà il processo all’unico sfortunato reperibile, Chen Jincai, ma l’impressione è che si stia tentando di svuotare il mare dell’evasione con un cucchiaino.
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