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Il caso

Prato, l’arresto del comandante dei carabinieri: un viaggio per il figlio e bottiglie di vino, ecco il prezzo della presunta corruzione

di Paolo Nencioni

	Sergio Turini
Sergio Turini

La procura ipotizza che il tenente colonnello si sia messo a disposizione facendo ricerche in banche dati. Ai domiciliari l’imprenditore Riccardo Matteini Bresci e l’investigatore privato Roberto Moretti: le intercettazioni

31 maggio 2024
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PRATO. Un viaggio da 5.000 euro per il figlio negli Stati Uniti e tre bottiglie di Ornellaia da oltre 600 euro l’una. Questo, secondo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, è il prezzo della corruzione che ha fatto finire in carcere il tenente colonnello Sergio Turini, 55 anni, originario di Cascina, fino a ieri (giovedì 30) comandante della Compagnia dei carabinieri di Prato.

Una notizia che è deflagrata come una bomba di prima mattina e che poi è diventata ancora più clamorosa quando si è saputo che insieme a Turini era stato arrestato (lui ai domiciliari) uno dei più noti imprenditori tessili di Prato, Riccardo Matteini Bresci, 66 anni, socio di maggioranza del Gruppo Colle di Cantagallo, da poco più di un mese eletto presidente della sezione Sistema Moda di Confindustria Toscana Nord (che ora esprime «forte sorpresa e vivo rammarico»). Arresti domiciliari anche per il terzo personaggio della vicenda, l’investigatore privato torinese Roberto Moretti, 52 anni.

Tutti e tre sono accusati di corruzione (nel caso dell’ufficiale dell’Arma per atti contrari ai doveri d’ufficio) e il solo Turini anche di accesso abusivo ai sistemi informatici. In sostanza il procuratore aggiunto antimafia Luca Tescaroli, che tra pochi giorni prenderà possesso dell’ufficio di procuratore proprio a Prato, sulla base di corpose intercettazioni telefoniche, ipotizza che il tenente colonnello Turini si sia messo a disposizione dell’imprenditore Matteini Bresci facendo ricerche nelle banche dati delle forze dell’ordine, non giustificate da indagini in corso. Ricerche su un uomo accusato di stalking da un’amica di Matteini («no no, gli si fa levare subito il vizio, tempo due giorni e gli si leva la voglia» dice al telefono l’ufficiale). Ricerche sugli stessi membri della famiglia Matteini; sull’imprenditore edile Manuele Lo Conte; su un dipendente del Gruppo Colle che era accusato di violenza sessuale e che l’imprenditore voleva sapere se e quando licenziare; su un altro dipendente che prendeva permessi grazie alla legge 104 e che Matteini sospettava invece andasse a lavorare in un’officina. In questo caso il tenente colonnello avrebbe inviato i militari del Nucleo Ispettorato del lavoro all’officina, senza ottenere il risultato sperato.

Siamo nell’autunno dell’anno scorso e in quei giorni, dal 1° al 7 novembre, il figlio di Turini s’imbarca su un aereo diretto negli Stati Uniti insieme a Riccardo Matteini Bresci e alla moglie. Un viaggio da oltre 15.000 euro, solo che il ragazzo non paga la sua parte (salvo un bonifico da mille euro inviato successivamente dal padre a Matteini). Secondo i magistrati della Dda questa è una ricompensa per i servigi forniti dal tenente colonnello. Una ulteriore ricompensa, questa ancora tutta da dimostrare, tira in ballo addirittura il sottosegretario agli Esteri Giorgio Silli (Noi moderati), che non è indagato, a cui l’amico Matteini Bresci chiede un intervento nei confronti dell’Arma per evitare il trasferimento di Turini. L’ufficiale era destinato a Potenza ma voleva rimanere a Prato. Quando gli fu detto che il trasferimento era cosa fatta, spiegano i carabinieri, chiese di essere congedato: sarebbe andato in pensione a settembre.

Quanto ai rapporti con l’investigatore privato Roberto Moretti, legato a Turini da un rapporto di amicizia, l’ufficiale secondo la Dda avrebbe fatto per lui alcuni accessi alla banca dati delle forze dell’ordine e gli avrebbe procacciato clienti, ricevendo in cambio quelle tre famose bottiglie di Ornellaia. In realtà i magistrati sospettano che il tenente colonnello fosse un socio occulto dell’agenzia di investigazioni. Dagli atti dell’inchiesta si capisce che le indagini sono nate per caso. La Dda aveva messo gli occhi su un gruppo di imprenditori cinesi per i quali si ipotizza l’associazione a delinquere di stampo mafioso e concorrenza sleala. Ascoltando certe telefonate, i carabinieri del Ros, il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, si sono accorti che c’era dell’altro e hanno messo sotto controllo i telefoni di Turini, Moretti e Matteini, facendo emergere quello che ora gli investigatori definiscono «un verminaio».

Prato ha già vissuto una situazione molto simile nel 2010, quando a sorpresa fu arrestato il dirigente delle Volanti della polizia, poi assolto 9 anni dopo insieme ad altri colleghi. In quel caso si parlava di favori agli imprenditori cinesi e capo delle Volanti fu descritto come uno “sbirro” della vecchia scuola che non si faceva problemi a forzare certe regole pur di mantenere contatti utili alle sue indagini. Il caso del tenente colonnello Turini, in attesa della sua versione dei fatti, potrebbe essere raccontato alla stessa maniera.

C’è comunque un limite oltre il quale la gestione disinvolta dei rapporti può diventare un reato, e quel limite è il passaggio di denaro o di “altre utilità”, come si dice nel gergo giudiziario, in cambio di favori grandi o piccoli. L’accesso abusivo alle banche dati era una pratica abbastanza diffusa in passato, e forse veniva anche tollerata. Il passaggio di denaro no, ed è questa l’accusa che ha portato Sergio Turini nel carcere della Dogaia dove fino al giorno prima i suoi uomini portavano spacciatori e rapinatori di strada. 

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