Il Tirreno

Prato

Il personaggio

Mostro di Firenze, addio a Vigilanti, sospettato e scagionato

di Paolo Nencioni

	Giampiero Vigilanti nel 1998 con la sua pistola poi sparita
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Giampiero Vigilanti nel 1998 con la sua pistola poi sparita

L’ex legionario di Prato è morto in ospedale all’età di 93 anni. Su di lui tante illazioni per i duplici omicidi ma nessuna prova

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PRATO. Se anche Giampiero Vigilanti aveva qualche segreto inconfessabile legato a quel buco nero che è stata la vicenda del mostro di Firenze, se l’è portato nella tomba. L’ex legionario pratese che fu indagato nel 2017 insieme a un medico del Mugello (e prosciolto dopo tre anni) col sospetto di aver avuto un ruolo in uno o più degli otto duplici omicidi che hanno insanguinato la provincia di Firenze dal 1968 al 1985 è morto ieri, 9 gennaio, all’età di 93 anni all’ospedale Santo Stefano, dove era ricoverato da qualche tempo. E con lui se ne va forse anche l’ultimo pezzo di una storia che diventa Storia.

Come un fiume carsico, Vigilanti è apparso e scomparso regolarmente in questa vicenda da 40 anni a questa parte, forse anche perché corrispondeva all’identikit che molti si erano fatti del mostro, chiunque sia. Originario di Vicchio, come Pietro Pacciani, a 16 anni era andato in Francia per arruolarsi nella Legione straniera, con la quale più tardi combatterà nella guerra di Indocina. Prima però fece in tempo a dare una bastonata in testa al Vampa, come era soprannominato Pacciani. «Aveva rubato il lavoro a mio padre – spiegò Vigilanti quando i cronisti andarono a cercarlo in occasione dell’inchiesta che lo vedeva indagato – Lui non si voleva compromettere e allora ci pensai io...».

Ma non fu questa occasionale conoscenza con quello che per tutti è rimasto il mostro di Firenze (anche se poi è morto da uomo libero, assolto in appello, in attesa di un altro processo) ad attirare le attenzioni sull’ex legionario. Fu semmai l’iniziativa di un brigadiere dei carabinieri che ora non c’è più, Antonio Amore, che nel 1985 andò a perquisirlo nella sua casa di via Anile, al Cantiere, dopo l’ultimo degli otto duplici omicidi e lo trovò in possesso di una pistola calibro 22, una High Standard di fabbricazione americana, oltre a una quantità di ritagli di giornale sugli omicidi delle coppiette. Un’intuizione che però cadde nel vuoto. Il brigadiere inviò una segnalazione a Firenze, ma nessun accertamento balistico fu compiuto, forse proprio perché all’epoca si cercava una Beretta, non una High Standard. Dunque Vigilanti uscì di scena, almeno per il momento. I carabinieri tornarono a casa di Vigilanti nel 1994 dopo una banale lite con un vicino. La pistola non c’era più, ma c’erano 176 proiettili Winchester calibro 22 serie H, lo stesso lotto usato dal mostro (disse di averli trovati al poligono dove si esercitava). Però Vigilanti quella pistola l’ha tenuta in casa, da qualche parte, fino al 2013, quando ne denunciò il furto insieme ad altre tre armi, in coincidenza coi primi accertamenti della nuova inchiesta in cui risultò indagato. «Finché non dirà dove sono quelle quattro pistole gli staranno addosso...» disse la moglie dell’ex legionario, che poi lo denuncerà per maltrattamenti e lo farà condannare nel 2019. Gli sono stati addosso, in effetti, ma poi hanno mollato la presa perché non hanno trovato niente di significativo, solo sospetti, alimentati anche dalla personalità istrionica di un uomo che dietro alla facciata di tranquillo pensionato sembrava celare una personalità molto più complessa.

Gli piaceva giocare coi magistrati e coi giornalisti, facendo credere di sapere più di quello che forse sapeva. Come quando un pomeriggio del 2017 andammo a chiedergli notizie dal medico indagato nella nuova inchiesta e lui fece mostra di non ricordarne il nome (possibile?), poi andò in cucina a cercare un “asgiughino” con la stampa della mappa della Sicilia, tornò e indicò un comune, Caccamo, come quel Francesco Caccamo, di un anno più giovane di lui che come lui verrà poi scagionato. Quella pistola High Standard era appartenuta al dottore, che poi la dette al poligono di Prato, passò nelle mani di una terza persona estranea alle indagini e finì in quelle di Vigilanti. I documenti di questi passaggi non ci sono più, sono bruciati nell’incendio del poligono di Galceti, il 4 luglio 2006.

Ma le coincidenze non finiscono qui. In casa di Vigilanti, nell’ingresso, faceva bella mostra di sé la foto dell’ex legionario accanto a una Lancia Fulvia rossa e nera, molto simile a quella descritta da un testimone come l’auto usata dal killer di Claudio Stefanacci e Pia Rontini, due delle vittime del mostro. Vigilanti non si preoccupava di nasconderla, anzi, sfidando la sorte disse di essere passato sul luogo dell’omicidio proprio quel giorno, per puro caso.

Forse semplicemente Giampiero Vigilanti amava stare sotto i riflettori, come nel 1998, quando si inventò di aver ereditato 18 milioni di dollari da un cugino di secondo grado morto in America. Quei soldi nessuno li ha mai visti, ma gli fruttarono l’attenzione dei giornali e un passaggio in televisione. Dove evitò di vantarsi, come aveva fatto coi cronisti davanti alla casa di via Anile, di aver ucciso non si sa quanti soldati nemici durante la guerra per conto dei francesi.

«La morte di Vigilanti non cambia nulla dal punto di vista della ricostruzione della vicenda del mostro di Firenze – dice ora l’avvocato Vieri Adriani, che assiste i familiari di Nadine Mauriot, l’ultima vittima – La giustizia era già morta prima di lui, quantomeno dal 2019, anno della richiesta di archiviazione dell’indagine promossa anche grazie ai nostri esposti . La difesa delle famiglie francesi ha offerto all’autorità giudiziaria una quantità innumerevole di elementi probatori che tuttavia non sono stati presi in seria considerazione per ragioni ancora oggi non esplicabili».

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