Il Tirreno

Prato

La storia

La dottoressa di Prato che aiuta i migranti a passare il confine tra Italia e Francia

di Maria Lardara

	Silvia Fondelli, l'ex anestesista che aiuta i migranti a passare il confine
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Silvia Fondelli, l'ex anestesista che aiuta i migranti a passare il confine

Silvia Fondelli, anestesista in pensione, fa la volontaria in un rifugio in Alta Val di Susa: ecco il suo racconto

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PRATO. Il film “Io Capitano” non l’ha visto. Non ne ha bisogno, non le serve il cinema per capire il viaggio dei migranti, per scuotere la coscienza, per impegnarsi in prima linea. Quello che i suoi occhi vedono non è finzione, è la realtà di migranti che arrivano dall’altra parte del mondo, famiglie intere in marcia con figli piccolissimi attaccati al collo, bambini soli. Solo che al posto delle insidie del deserto dove nel film camminano Seydou e Moussa s’intravede all’orizzonte una distesa di neve. Qui non c’è il deserto, c’è la montagna. Fa freddo, forse c’è già la prima neve e Silvia Fondelli, ex anestesista in pensione dell’ospedale di Prato, da poco si è messa in moto con tutto l’equipaggiamento di indumenti e abiti pesanti donati grazie alla sua rete di amicizie e conoscenze: ce ne sarà bisogno per passare a piedi il confine italo-francese. Circa sei ore di marcia, se non si perde la rotta. La dottoressa Fondelli è diretta verso il rifugio di Oulx, in alta Val di Susa, dove fa la volontaria per l’accoglienza medico-umanitaria dei migranti in questo centro a meno di 20 chilometri da Briançon: per lei, che collabora con Medu (Medici per diritti umani), questa sarà la quarta volta a Oulx. La quarta volta che incontrerà i migranti provenienti dalla rotta balcanica, turca e sub-sahariana. Tutte le volte che Silvia incrocia i loro occhi sa che la posta in gioco è alta. È una scommessa, l’incognita di almeno sei ore di cammino con le proprie gambe per attraversare il confine e poi magari raggiungere la Germania o l’Inghilterra. Oulx è l’ultimo baluardo dell’accoglienza prima dello spartiacque geografico. La traversata sotto una tormenta è un terno al lotto: qui, più della montagna, fa più paura la polizia di frontiera, che presidia il confine attraversato dai migranti.

«Li aiutiamo con un letto per riposare, una cena calda, indumenti adatti ad affrontare la neve ben sapendo che non tutti ce la faranno a passare – racconta Silvia – Mediamente, la metà di chi si mette in cammino viene respinto alla frontiera e torna al rifugio. Lassù ci sono 80 posti letto e le porte sono sempre aperte».

A Oulx ci si alza alla buon’ora per assistere i migranti con pasti e vestiti: ad attenderli è il pullman per Claviere e poi da qui a piedi verso Briançon. Dentro il rifugio è presente anche uno sportello legale per spiegare i percorsi per lo status di rifugiati, spesso complicati. Le cure mediche servono sempre. «Alcuni accusano distorsioni a causa delle difficoltose camminate, altri hanno tosse e febbre. Ricordo una famiglia curda disperata: la bambina aveva 39 di febbre. E poi arrivano donne in gravidanza». Il rifugio di Oulx è un crocevia di dolori e speranze, qualcosa che Silvia ha percepito anche durante gli sbarchi a Lampedusa e Crotone quando era in missione con la Guardia Costiera con il Cisom (soccorso dell’Ordine di Malta).

Ma qui, sulla montagna, è diverso. «A Oulx c’è più tempo per stare con i migranti, si crea un contatto con loro mentre si scalda il latte per i bambini o si somministra una Tachipirina per la febbre. Si vedono sguardi sorridenti, nonostante la paura e l’angoscia di non farcela. Inevitabile la tristezza, quando li rivediamo tornare indietro». Silvia guarda il cellulare, ci mostra il suo diario di bordo fatto di volti sorridenti, ritratti di uomini e donne che inseguono un sogno chiamato Europa. Sogni di normalità come quello della bambina siriana che voleva poter andare a scuola, oppure quello di una ragazza irachena arrivata con un bambino disabile. Quando è arrivata a Oulx si è resa conto che non poteva attraversare la frontiera, ha dovuto rinunciare a quell’impresa: era diretta in Germania. I respingimenti al di qua del confine avvengono sempre: questione di fortuna. La Croce Rossa soccorre chi viene respinto. E lo riporta a Oulx, nel rifugio: da dove tutto è iniziato. A proprio rischio e pericolo chi si mette in cammino cerca di aggirare la gendarmeria francese battendo sentieri sempre più impervi a quasi duemila metri di altitudine. «Una volta quattro ragazzi africani sono partiti e ritornati per quattro volte. Al quinto tentativo ce l’hanno fatta, sono passati». Una famiglia può metterci anche dieci ore: dipende dalle soste lungo il cammino e se ci sono bambini in spalla. L’inverno sta arrivando e l’emergenza umanitaria al confine ha bisogno di persone dal cuore generoso come Silvia.

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