Il Tirreno

Prato

Il filone dell'inchiesta

Rapine milionarie in diverse banche, dopo 10 anni ecco gli indagati

Rapine milionarie in diverse banche, dopo 10 anni ecco gli indagati<br>

Sono quattro legati a una cosca calabrese, uno vive a Prato

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Prato Assalti in banca con bottini milionari. Non solo soldi, ma anche gioielli e preziosi sottratti dalle cassette di sicurezza scassinate in una manciata di minuti. Sono colpi che risalgono a più di dieci anni fa e che ora, secondo l’accusa, vengono attribuiti a una banda di calabresi che, per contesto ambientale e modalità di azione, si vedono contestare anche l’associazione a delinquere con l’aggravante del metodo mafioso. L’avviso di chiusura delle indagini notificato ai quattro fa parte di un’indagine più ampia conclusa dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia con 43 indagati. Un’inchiesta che ruota attorno alla cosca “Arena Nicoscia” legata alla 'ndrangheta del Crotonese. Indagando sulle scorribande in Veneto di una serie di pregiudicati, gli investigatori nel tempo hanno scoperto anche gli obiettivi delle trasferte criminali in terra toscana.

Gli indagati e il bottino

Sono accusati di aver compiuto due rapine ai danni delle filiali della Cassa di Risparmio di Firenze il 20 febbraio e il 22 maggio 2013 Antonio Giardino, 54 anni, di Isola Capo Rizzuto; Michele pugliese, 51 anni, (Isola Capo Rizzuto); Vincenzo Marchio, 48 anni, (Isola Capo Rizzuto), residente a prato; Serafino Marchio, 52 anni, (Isola Capo Rizzuto. In totale i due colpi avevano fruttato oltre 2,5 milioni di euro. Una missione in Toscana che aveva portato la banda a fare irruzione nelle filiali a distanza di tre mesi tra un raid e l’altro.

Le rapine

La prima rapina risale al 20 febbraio nella filiale di via Giacinto Fabbroni. Armati di cacciavite e travisati, i quattro erano entrati nella banca passando dai sotterranei durante la chiusura degli uffici, ma con il personale ancora presente nei locali. Una volta arrivati davanti agli impiegati, li avevano immobilizzati sotto la minaccia delle armi. Nessuna aggressione fisica. Era stata sufficiente la decisione degli ordini. Radunati nei pressi della cassaforte, i dipendenti erano stati obbligati a mettersi in ginocchio per non essere visti dall’esterno. Quindi il direttore e il cassiere erano stati costretti ad aprire la cassaforte dove c’erano 105mila euro. Concluso il colpo, gli otto impiegati erano stati chiusi in una stanza nei sotterranei.

Il blitz milionario

Fu un blitz milionario, invece, quello del 22 maggio 2013 alla filiale della Carifirenze di via dei Fossi. Oltre a 131mila euro in contanti i banditi presero anche i preziosi contenuti in 40 cassette di sicurezza per un valore stimato in circa 2,3 milioni di euro. Stessa tecnica per entrare nella banca passando dai locali sotterranei in orario di chiusura al pubblico. Ancora il cacciavite come arma per far scendere i dipendenti e rinchiuderli negli ambienti al piano di sotto. Direttore e cassiera vennero minacciati e aprirono la cassaforte dove c’erano i contanti. Nel frattempo due banditi nei sotterranei con un piede di porco aprivano, come fossero impegnati in una catena di montaggio, le cassette di sicurezza dei clienti spazzolando gioielli, preziosi e orologi di valore per una refurtiva milionaria. I sette impiegati furono poi chiusi in bagno dalla banda in fuga.

I malori

Una rapina veloce, senza usare violenza. Come effetto indiretto dell’assalto una dipendente, cardiopatica, ebbe un leggero malore e anche una collega, al sesto mese di gravidanza, fu costretta ad andare in ospedale.l

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