Morte Nuti, l’amico Giovanni Veronesi: «Non ha smesso di soffrire così, lo avrei voluto ancora vivo»
Il regista racconta il rapporto con l’attore e autore. «Mi dispiacerà non poterlo accarezzare. No, non ero pronto»
FIRENZE. Quando lunedì gli è squillato il cellulare erano le 16. Quell’ora gli è parsa strana. Un filo fra Giovanni e Giovanni, spezzato da una notizia per la quale non si è mai abbastanza preparati come la morte di un amico: Francesco Nuti. «Non un amico, un fratello». È come se un macigno fosse caduto addosso a Giovanni Veronesi dopo la telefonata di Giovanni Nuti. «Con lui ci sentiva generalmente la sera per un aggiornamento sulle condizioni di Francesco». Lo sceneggiatore, il regista e l’attore. Un lungo pezzo di strada percorso insieme, personale e professionale. Con radici ben piantate in quel di Prato, cui si legano a doppio filo i successi nel grande schermo fra gli anni Ottanta e Novanta. Da “Madonna che silenzio c’è stasera” a “Tutta colpa del Paradiso”, da “Caruso Pascoski” a “Donne con le gonne”. Il regista Giovanni Veronesi parteciperà domani a San Miniato ai funerali in forma privata per l’ultimo saluto a Francesco. Anzi, “Cecco da Narnali”, con quel pizzico di pratesità che è congeniale a Francesco e Giovanni, tutti e due nati e cresciuti nella città .
Un tratto “pratese” di Francesco e Giovanni.
«Beh, se Francesco Nuti fosse stato di Padova magari non ci saremmo mai incontrati. È vero, Prato ci ha fatto trovare ma Prato non è mai stata molto generosa con i talenti che ha allevato».
Si riferisce a un episodio particolare?
«Penso a quando Benigni vinse l’Oscar, nel 1999. Io e mio fratello Sandro (lo scrittore Premio Strega, ndr) organizzammo da soli una diretta da Vergaio trasmessa da Tele+. Il sindaco di allora ci disse: «E se poi non vince?». A Prato non mi fermo più ormai da tempo: ormai mi sento più radicato in Maremma».
I primi ricordi insieme a Nuti però sono a Prato.
«Certamente. Ci incontrammo per la prima volta nel 1980: avevo messo in scena una rilettura di Gogol nel teatro del collegio Cicognini. Francesco fece un salto in camerino per congratularsi: “Non ho capito una s…a, ma penso che tu sia bravo”. Poco dopo ci si rivide a Roma».
Non solo il lavoro insieme con pellicole di successo sceneggiate a quattro mani. Perché per lei Nuti era come un fratello?
«Dico solo che abbiamo vissuto per dieci anni in casa insieme. La nostra quotidianità sotto lo stesso tetto andava al di là del lavoro, era quella fatta anche dei piatti di spaghetti che ci si preparava a cena. Serate indimenticabili. Tante battute e tanta complicità».
Cosa le mancherà più dell’amico fraterno?
«Il fatto di non poterlo più accarezzare, il non poter più andare a fargli visita: i contatti nel periodo del Covid si erano diradati per ovvi motivi. Sbaglia la gente a dire quello che dice sulla morte di Francesco».
Perché, cosa dice?
«Che andandosene Francesco ha smesso di patire. Per me era meglio saperlo ancora vivo. Sembrerà strano dopo tutti questi anni, ma non ero preparato»
Farà qualcosa per ricordare Nuti?
«Ora è il momento del dolore: vado avanti per inerzia. Giovedì (domani) sarò al funerale».
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