Il Tirreno

Prato

L’omicidio

Ammazzato e bruciato a Prato, l’ex moglie: «Considerava il suo presunto killer come un padre»

di Martina Trivigno
Ammazzato e bruciato a Prato, l’ex moglie: «Considerava il suo presunto killer come un padre»

ll corpo senza vita di Sai Jaador è stato trovato all’interno di una casa in ristrutturazione nel primo tratto di via di San Paolo. Il punto sulle indagini

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PRATO. «Quella sera c’era un altro uomo». Martina Esposito, l’ex moglie di Said Jaador, 36 anni, conosciuto da tutti come Samuel, ne è convinta. L’ha ripetuto fino a perdere la voce ai microfoni di Filomena Rorro della trasmissione di Rai 3 “Chi l’ha visto?”. E lo ribadisce anche al Tirreno. Chiede giustizia per “Samu”, come lo chiama lei. È vero, la storia d’amore con lui era finita da circa un anno, ma – spiega – erano rimasti in buoni rapporti. «Per nostra figlia, certo – racconta – ma soprattutto perché Samu era un uomo gentile e premuroso. Non meritava la fine che ha fatto. E chi l’ha ucciso devo pagare».

È stata Martina Esposito, il 21 aprile, a denunciare la scomparsa del suo ex. È stata lei a presentarsi nella casa che, più o meno da quando si erano lasciati, Said Jaador, condivideva con Habdelhadi Hajjaj, detto Madani, il 50enne originario del Marocco fermato nella notte di mercoledì scorso con l’accusa di aver ucciso l’amico e connazionale, il cui corpo – mezzo bruciato – è stato trovato non troppo distante dal cimitero della Misericordia.

Oggi, alle 11,30, Madani comparirà davanti al giudice per le indagini preliminari, Francesca Scarlatti, per la convalida del fermo. Ma Martina crede che il presunto killer non abbia agito da solo. «Samu pesava 80 chili – racconta al Tirreno – Non capisco perché non si sia difeso. La mia mente è piena di domande, i dubbi si affollano in testa. Samu potrebbe essere stato colto di sorpresa, mentre dormiva». Dubbi e domande a cui una prima risposta potrebbe darla l’autopsia. «Aspettiamo lo sviluppo delle indagini – spiega l’avvocata Daica Rometta, la legale di Martina Esposito – Lunedì si formalizzerà in procura il conferimento dell’incarico per l’autopsia e così riusciremo a capire meglio come è andata questa vicenda. I familiari in Marocco chiedono di poter dare una degna sepoltura alla salma del loro congiunto: una volta espletate le formalità, farò istanza di traslazione. In questa fase andiamo di pari passo con le scelte e lo sviluppo delle indagini».

Il fatto

Il corpo senza vita di Sai Jaador è stato trovato mercoledì mattina all’interno di una casa in ristrutturazione nel primo tratto di via di San Paolo. La morte risale verosimilmente a tre settimane prima e il presunto assassino, come detto, è già in carcere. Secondo la polizia Said Jaador non è stato ucciso lì, ma forse all’interno della stanza in subaffitto che divideva con quello che sarebbe diventato il suo killer e che successivamente lo avrebbe trascinato nella casa abbandonata. Il presunto assassino Habdelhadi Hajjaj, assistito dall’avvocato Enrico Martini, ora si trova in carcere alla Dogaia e dal momento in cui è scattato il fermo per omicidio volontario si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Conta una lunga sequela di reati – spaccio di droga, sequestro di persona, lesioni, percosse, danneggiamento e norme in materia di immigrazione – Madani che era uscito di carcere da meno di un anno dopo aver scontato una condanna per violenza sessuale aggravata. Ed è stato allora – racconta l’ex moglie di Jaador – che i due erano entrati in contatto. «So che si conoscevano già da tempo – spiega Martina Esposito – e che condividevano la casa. Un grande difetto di Samu era la sua grande generosità. Ricordo un messaggio in cui mi parlava di Madani. Mi inviò una foto, erano seduti al tavolo, stavano mangiando: “Sono a cena con mio padre”. Siamo tutti sconvolti perché quello che Samu provava era un sincero affetto. Lo aveva presentato anche a me e mia figlia».

La scomparsa

Poi, all’improvviso, Said Jaador – è il 18 aprile – scompare nel nulla. Di lui nessuno – né l’ex moglie né tantomeno i familiari in Marocco – hanno più notizie. «Mi è sembrato subito strano che non chiamasse per sentire sua figlia – racconta Esposito – né i suoi genitori in Marocco. Era il periodo del Ramadan ed era strano che non si facesse sentire con la sua famiglia, nel suo Paese d’origine». È il 21 aprile quando la donna arriva a Prato per sporgere denuncia di scomparsa dell’ex. Poi contatta la trasmissione “Chi l’ha visto? ” , sperando che Jaador fosse ancora in vita.

«In un primo momento Madani era collaborativo – racconta la donna – Inviava foto, dicendo che Samu potesse trovarsi lì, in quei luoghi da lui indicati».

Il ritrovamento

Poi la triste scoperta: dopo 18 giorni di ricerche, alla fine il corpo di Said Jaador è stato trovato senza vita, non distante dal cimitero della Misericordia. Il corpo mezzo bruciato, ma non abbastanza da impedirne l’identificazione. «La cosa che mi addolora di più è che è rimasto intatto il tatuaggio con il nome di nostra figlia – conclude Martina Esposito – Lei era tutta la sua vita, è stato un padre gentile e amorevole. È un lutto troppo grande da sopportare ma quello che chiediamo, ora, è che sia fatta giustizia. E che i colpevoli paghino per ciò che hanno fatto, privando una figlia dell’amore del padre. Siamo convinti ci sia un altro uomo coinvolto. Aspettiamo che il cerchio si chiuda». 

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