Il Tirreno

Prato

la testimonianza 

«Le mie 53 ore su una lettiga nell’“inferno” al pronto soccorso»

Alessandro Formichella

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Alessandro Formichella

Prato. 53 ore passate fra il triage e il corridoio del pronto soccorso su una lettiga. Lì, con una bottiglietta d'acqua, senza poter comunicare con il cellulare, con una flebo attaccata sopra di se'. E' accaduto a Alessandro Frosini, 63 anni agente immobiliare, che sabato scorso, 16 ottobre, ha trascorso un «fine settimana da inferno, indimenticabile» come dice ora a distanza di qualche giorno. Per Frosini, la disavventura al pronto soccorso del Santo Stefano superaffollato nel fine settimana, inizia a metà di sabato quando d'improvviso non si sente bene: ha un forte calo di pressione, si siede e visto che il malessere non dà tregua, chiama il 118. Sono le 13, il medico dell'emergenza lo visita e suggerisce di andare al pronto soccorso per accertamenti. C'è qualcosa che non lascia sereni, «un calo importante di potassio», dice Frosini. "L'inferno", come lo ha descritto l'agente immobiliare, inizia a quell'ora, varcato il triage del Santo Stefano. «Non avrei mai pensato a una cosa del genere, un centinaio di pazienti da sabato pomeriggio a lunedì su letti e lettighe, senza pausa, senza tregua neppure per chi lavora. Infermieri e medici sempre impegnati dovunque».

Quel che lamenta il protagonista della vicenda, a distanza di quasi una settimana, è il sovraffollamento del pronto soccorso di Prato. Pur nel caos, le cure comunque non mancano. «Mi hanno fatto esami del sangue più volte, tac per l'eventualità di un ictus, approfondimenti diagnostici, anche se avrei dovuto essere ricoverato in medicina per ulteriori accertamenti cardiaci. Cosa che non è stata possibile perché non c'erano posti letto».

Alla fine Frosini ha passato quasi tre giorni e due notti dapprima nell'area open del pronto soccorso e poi nei corridoi. «Difficile riuscire a mangiare in quelle 53 ore. Se tutto va bene viene portato un po' di semolino e una ricottina a pranzo. A cena c'è il rischio di non mangiare proprio. Poi il rapporto con i familiari; se il cellulare non prende, lì si è totalmente fuori dal mondo e i parenti non possono entrare. La notte ancora peggio, fra lamenti, urla, disagi di ogni tipo», prosegue l'agente immobiliare. «Il pronto soccorso di Prato non ce la fa – conclude Frosini – E' un ospedale che i non riesce a coprire i bisogni. Infermieri e medici mi hanno confermato che questa situazione si ripete ogni giorno. Loro fanno anche troppo. La colpa è di chi ha voluto e concepito un ospedale così sottodimensionato: l’ex governatore Enrico Rossi». Lunedì pomeriggio, Frosini è uscito dal pronto soccorso con le proprie gambe. Ma con un bel po' di ricette; analisi e visite cardiologiche da farsi appena tornato a casa.

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