Il presidio
Il green pass divide i ristoratori: "Bene se serve a non chiudere", "No, limita la libertà"
I rappresentanti di Confesercenti e Confcommercio sono d'accordo su una cosa: "Altre restrizioni sarebbero la morte delle nostre attività"
PRATO. Il dibattito sul “green pass” divide i pubblici esercenti pratesi. Di fronte all’ipotesi in queste ore allo studio del governo di rendere obbligatoria, sul modello francese, la certificazione verde di avvenuto vaccino o tampone anti Covid per entrare in ristoranti, bar e locali – oltre che in cinema, teatri, palestre e altri luoghi “a rischio assembramento” – i titolari dei pubblici esercizi pratesi sono spaccati tra chi è favorevole e chi invece non approva la misura.
Tra i primi c’è Renzo Bellandi, presidente di Fiepet, la federazione degli esercenti pubblici di Confesercenti Prato e titolare del ristorante Megabono. «Se serve a scongiurare una nuova chiusura in autunno, va bene anche il green pass – afferma – Ne abbiamo parlato tra colleghi e associati e tra i più siamo concordi sul fatto che bisogna fare di tutto per non chiudere. E se questo vuol dire il green pass, ci stiamo. È inevitabile e anche giusto nei confronti di chi ha fatto il vaccino – continua il ristoratore – Chi invece non lo ha fatto, deve prendersi anche le conseguenze della sua scelta. Anche perché vanno tutelate le persone fragili, che non si possono vaccinare, e i bambini». Bellandi ritiene però che la misura dovrebbe essere fatta partire più avanti nel tempo: «Ora mi sembrerebbe abbastanza forzata – sostiene – dato che si lavora per lo più all’aperto e i contagi sono sotto controllo». Il titolare di Megabono non teme che il ricorso al green pass alla francese possa allontanare la clientela dai locali. «Ci sono i pro e i contro – spiega –, ma credo che le persone che hanno fatto (o faranno) il vaccino siano molte di più di quelle che non lo hanno fatto. Inoltre il non far entrare chi non è immunizzato (per scelta, nda) forse fa sentire più sicuro chi entra».
Di diverso avviso è Tommaso Gei, presidente di Fipe-Confcommercio Prato e titolare del ristorante Il Capriolo. «Non credo che il green pass alla francese sia la soluzione – afferma – Sarebbe una limitazione della libertà personale che mi sembra esagerata e una scelta non corretta nei confronti di chi gestisce un’attività, a cui complicherebbe non poco il lavoro (per molti significherebbe mettere un dipendente solo a controllare i pass). Inoltre i tempi dei vaccini in questo momento sono lunghi, perciò mettere delle limitazioni e poi non permettere alle persone di vaccinarsi sarebbe un controsenso. Siamo a un’impasse». Secondo Gei, non si sta affrontando la vera questione cruciale dei prossimi mesi, cioè come gestire uno scenario possibile in cui ci saranno tanti contagi ma poco gravi. «A settembre/ottobre, con l’avanzare dei vaccini, si spera che i tassi di ospedalizzazione e mortalità per Covid crollino, perciò l’indice di contagio Rt non potrà più essere la misura per decidere le chiusure – sostiene – Bisogna cambiare sistema».
Bellandi e Gei sono invece concordi nel ritenere che un’ulteriore chiusura di ristoranti, bar e locali per la pandemia sferrerebbe il colpo mortale al settore. «A livello economico non potremmo sopportare un’altra chiusura: chiuderemmo definitivamente tutti – afferma Bellandi – Inoltre non l’accetteremmo, perché finora siamo stati il capro espiatorio della situazione. Ora basta». «Sarebbe l’apocalisse – non usa mezzi termini Gei – Il tessuto economico non regge più. Lo diciamo noi del commercio, ma anche l’industria non è da meno. Le problematiche economiche e sociali sono già evidenti adesso: pensare a ulteriori chiusure sarebbe un’eutanasia».
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