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La truffa delle mascherine, confiscati due milioni di euro
Patteggiano i produttori dei dispositivi di protezione realizzati nelle confezioni che sfruttano la manodopera clandestina, l’Estar recupera il costo della fornitura
Nelle casse pubbliche rientrano quasi due milioni di euro grazie all’inchiesta dei sostituti procuratori Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli sulle mascherine anti-Covid taroccate che un gruppo di imprenditori cinesi ha provato a vendere l’anno scorso alla Regione e alla Protezione civile nazionale.
Il procedimento penale si è concluso mercoledì davanti al giudice dell’udienza preliminare Alberto Lippini, che ha avallato l’accordo sui patteggiamenti già raggiunto tra la Procura e gli avvocati difensori degli imputati. Un accordo che prevede l’applicazione di pene con la sospensione condizionale e soprattutto la confisca di un milione e 951mila euro che dovranno essere restituiti all’Estar, il centro acquisti dell’Asl Toscana Centro che aveva commissionato al Gruppo Y.L. la consegna di quasi sei milioni di mascherine “Ret098”.
Quelle mascherine però non andavano bene. Lo scopriranno quasi subito i tecnici dell’Asl e i finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria. In primo luogo la produzione dei dispositivi di protezione era stata affidata, senza dichiararlo, a una filiera di ben 26 confezioni cinesi, alcune delle quali non potevano farlo perché i loro titolari sfruttavano gli operai e in certi casi non avevano nemmeno l’autorizzazione a lavorare durante le chiusure imposte dalla pandemia. Inoltre le mascherine non rispondevano ai requisiti di sicurezza ed efficienza, a causa dell’interposizione di un filtro che non assicurava la protezione delle vie aeree.
Per il Gruppo Y.L. si era trattato di una commessa molto importante: quasi sei milioni di mascherine per l’Estar e soprattutto 93 milioni di mascherine destinate alla Protezione civile nazionale al prezzo di quasi 42 milioni di euro. Prima che le indagini facessero emergere le irregolarità l’Estar aveva pagato quasi due milioni di euro, mentre la fornitura alla Protezione civile fu bloccata e non venne pagata.
Al termine di un procedimento molto veloce, dunque, gli indagati hanno preferito patteggiare condanne comprese tra un anno e quattro mesi e due anni.
I fratelli Hong Guolong detto Alessandro e Hong Guo Yu detto Marco hanno patteggiato un anno e dieci mesi, stessa pena per i genitori Hong Shangzu e Hu Yuling, mentre la zia Hu Weiling ha patteggiato un anno e quattro mesi; due anni a Huang Genguo, formalmente un dipendente della confezione Shi Xiaoyun ma di fatto il titolare (l’azienda, una delle 26 a cui era stata affidata la produzione delle mascherine, aveva alle sue dipendenze 21 operai cinesi, 15 dei quali clandestini, fatti lavorare in condizioni proibitive e fatti alloggiare nei classici dormitori). Hanno patteggiato una condanna a un anno e quattro mesi anche altri confezionisti: Hetong Hu, Yiguan Liang, Fang Jialong, Chen Xiaobin, un anno e sei mesi a Wang Chunping, un anno e quattro mesi a Zhu Longjie, un anno e otto mesi a Hu Jianqiu, un anno e quattro mesi a Zheng Xiaxia, un anno e quattro mesi a Wu Weilan.
Come detto, il risultato sostanziale dell’inchiesta dei sostituti Gestri e Boscagli è stato il recupero di quasi due milioni di euro che erano usciti dalle casse pubbliche per acquistare mascherine non adatte allo scopo, nel momento di massima emergenza a causa della pandemia Covid. Agli imputati del Gruppo Y.L. venivano contestate le accuse di frode nelle pubbliche forniture e truffa ai danni dello Stato, mentre ai confezionisti lo sfruttamento della manodopera clandestina, col collaudato sistema dei prestanome messi alla guida delle aziende dove i veri proprietari risultano tra i dipendenti. Un sistema che però stavolta non ha messo i veri padroni al riparo dalle conseguenze penali dei loro comportamenti. —
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