Il presidio
«Densità abitativa e tante fabbriche. Ecco perché Prato soffre più di altri»
I numeri del Covid continuano a penalizzare la provincia Parla Guido Moradei, presidente dell’Ordine dei medici
PRATO. La situazione sanitaria legata al Covid è molto preoccupante in città e provincia. Lo conferma il presidente dell’Ordine dei medici Guido Moradei. Anche perché i vaccini in Toscana sono arrivati con il contagocce. La riapertura allargata, poi, sta diventando un problema politico.
Quale episodio ricorda in particolare, come persona e come medico, durante il trascorso anno di pandemia?
«Non ho un ricordo particolare legato ad un singolo episodio, ma la cosa che mi ha turbato maggiormente è stato il passaggio dalla prima fase della pandemia della primavera 2020 a quella dell’autunno e della primavera 2021. Nel primo periodo pandemico la provincia di Prato era stata colpita ma, rispetto ad altre zone italiane, in maniera poco intensa e per un periodo relativamente breve. Nella seconda e terza fase pandemica la nostra provincia ha registrato purtroppo dati che l’hanno posta fra le aree più colpite d’Italia. Quali siano le motivazioni vere e comprovate di questa inversione della diffusione del virus non sono ad oggi del tutto note. È possibile che sia legata alla alta densità abitativa e all’attività lavorativa artigianale ed industriale, all’età media giovane della popolazione con la possibilità di diffusione per la prevalenza di paucisintomatici o asintomatici fra i giovani e conseguente inconsapevole diffusione della infezione alla popolazione anziana, oltre alla fortissima diffusione della variante inglese. Siamo però nell’ambito delle ipotesi. Personalmente sono stato coinvolto emotivamente da episodi che hanno visto colpiti colleghi medici con alcuni dei quali ero legato da amicizia e che hanno avuta una rapida e drammatica evoluzione».
Quale aggettivo userebbe per indicare l’attuale situazione sanitaria generale della sua provincia?
«Direi molto preoccupante».
Il messaggio di sicurezza sui vaccini che lo Stato ha inviato alla popolazione è stato oggetto di critiche. Al di là del difficile rapporto con le industrie farmaceutiche, cosa avrebbe dovuto fare e cosa non fare?
«L’informazione sanitaria è un problema grande e difficile. Oggi, stanti le vigenti normative, si tende più ad ingigantire la notizia degli eventuali problemi legati a qualsiasi atto sanitario che a fornire la dovuta informazione. Inoltre anche i mezzi di informazione tendono maggiormente ad enfatizzare una notizia negativa rispetto ad una positiva. Riguardo al problema in oggetto, purtroppo, non è minimamente passata l’informazione che la possibilità di un effetto indesiderato legato alla vaccinazione, ancora da accertare nei suoi meccanismi patogenetici, è imparagonabile rispetto alla sicura riduzione del rischio legato alla infezione virale ed alle sue drammatiche conseguenze».
La Gran Bretagna ha raggiunto l’immunità di gregge con l’impiego di AstraZeneca. Da noi, invece, fioccano le disdette. Eppure è lo stesso vaccino. Dunque?
«Vale quanto ho prima detto. È comunque opportuno evidenziare che in Gran Bretagna insieme alla massiccia campagna vaccinale con il vaccino AstraZeneca, da loro prodotto e del quale hanno potuto fare subito largo e rapido uso, hanno applicato anche un lungo e forte periodo di lockdown. Ritengo che il successo di quanto fatto in Gran Bretagna sia legato al combinato disposto delle due azioni».
Data la tradizionale efficienza sanitaria della Toscana, è rimasto sorpreso di vederci ultimi in classifica nella profilassi vaccinale?
«La Toscana, a mio giudizio, non ha brillato nell’organizzazione della campagna vaccinale e inoltre i vaccini sono arrivati ai medici di famiglia per la vaccinazione degli over 80 e alle strutture vaccinali delle Asl veramente con il contagocce».
Che cosa succederà con le riaperture?
«Il problema della pandemia è ormai un problema non solo medico-sanitario ma anche economico, sociale, psicologico e quindi è diventato un problema politico. Dal punto di vista medico pensare ad una riapertura delle attività sociali, con i dati epidemiologici e sanitari attuali, appare almeno inopportuno e prematuro. Credo però che stiano prevalendo le necessità economico-sociali su quelle mediche».
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